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“L’altra faccia dell’altruismo”

4' di lettura 28/04/2022 - Aiutare gli altri è sicuramente una delle cose più gratificanti ma a volte capita di sentirsi sopraffatti dalle richieste o dalle presunte aspettative altrui e tuttavia, di non riuscire a declinarle.

Salvo casi particolari in cui ci dobbiamo prendere cura di persone non autosufficienti, se ti capita di provare emozioni spiacevoli come rabbia o ansia nell’aiutare o assecondare qualcuno dovresti interrogarti sul motivo per cui lo stai facendo.

Spesso le risposte hanno a che fare con la paura di deludere gli altri che può derivare a sua volta dalla paura più profonda di rimanere soli.

Tale paura non solo è normale in quanto siamo esseri sociali ma anche funzionale in quanto ci motiva verso sani valori collettivi. Quando però tale paura porta al punto di prestarsi anche a compiti spiacevoli non strettamente necessari probabilmente si è oltrepassato il limite sano della generosità. Questo limite spesso è indicato dalla sensazione di “essere troppo altruisti”. Si dice che l’amore accorci le distanze ma a volte questa vicinanza invece che arricchirci ci danneggia.

Quel “troppo” spesso indica che la cura dell’altro avviene a scapito della cura di sé, ovvero che si stanno superando i propri limiti e questo può esporre a numerosi rischi.

Prima tra tutti la tendenza a perdere di vista sé stessi è pericolosa perché ci fa allontanare dai nostri bisogni che servono a mantenerci in salute fisica e mentale (presupposto tra l’altro per poter essere d’aiuto anche agli altri); inoltre, anteporre troppo spesso i bisogni dell’altro ai propri ha un costo molto alto anche a livello di relazione, in quanto quest’ultima finisce per destare ansia, rabbia e rancore.

In realtà dietro un eccessivo altruismo si cela spesso una personalità di tipo dipendente che è caratterizzata da:

a. Difficoltà nel prendere decisioni quotidiane senza un’eccessiva quantità di consigli e rassicurazioni da parte degli altri

b. Bisogno che altri si assumano la responsabilità per la maggior parte dei settori della propria vita

c. Difficoltà ad esprimere disaccordo verso gli altri per il timore di perdere supporto o approvazione

d. Difficoltà ad iniziare progetti o a fare cose autonomamente (per una mancanza di fiducia nel proprio giudizio o nelle proprie capacità piuttosto che per mancanza di motivazione o energia)

e. Tendenza a prestarsi a compiti spiacevoli pur di ottenere accudimento e supporto da altri

f. Sensazione di disagio quando si è soli a causa dell’esagerato timore di essere incapaci di prendersi cura di sé

g. Tendenza a ricercare, quando termina una relazione intima, un’altra relazione come fonte di accudimento e di supporto

h. Preoccupazione non realistica di essere lasciati a prendersi cura di sé

Nella prospettiva cognitivo-comportamentale di Beck et al. (1997) la comprensione della personalità dipendente si basa su tre punti cardine:

- La visione di sé come inadeguati o impotenti ma degni di cure;

- La visione degli altri sempre migliori e più bravi di sé;

- La visione del mondo come luogo pericoloso.

A tali modi di vedere la persona dipendente risponde con la ricerca spasmodica di qualcuno che si prenderà cura di lui.

Tale ricerca conduce all’alternarsi di alcune sensazioni ricorrenti che prendono il nome di “Stati”:

- Stato di autoefficacia: è quello desiderato dalla persona ed è caratterizzato da benessere psicofisico, padronanza di sé, sicurezza e gioia. Tale stato nella persona dipendente è legato alla presenza di una persona significativa presente e stabile o al giudizio degli altri, portando la persona dipendente ad associare il proprio benessere esclusivamente a queste condizioni che verranno costantemente ricercate. La persona dipendente si percepisce quindi come competente, ma il problema è che tale percezione dipende dalla presenza dell’altro.

- Stato di vuoto disorganizzato: è caratterizzato dall’assenza di desideri attivi. Nel momento in cui la persona dipendente si sente sola non percepisce più alcuno scopo da soddisfare, perché da sempre è abituato a considerare suoi i bisogni degli altri.

- Stato di coercizione: tale stato si attiva nella persona dipendente quando gli scopi dell’altro sono incompatibili con i propri e quindi non riesce a identificarvisi. In questi momenti la persona dipendente percepisce i bisogni degli altri come imposizione. Infatti, la persona dipendente, sebbene all’apparenza possa sembrare priva di scopi, ne ha eccome ma fa fatica a farli emergere consapevolmente per paura che tali scopi possano essere in contrasto con quelli altrui.

- Stato di sopraffazione: tale stato si attiva in seguito al fatto che la persona dipendente, nel tentativo di fare suoi gli obiettivi altrui, si ritrova a dover perseguire molteplici scopi, a volte contraddittori o difficilmente compatibili tra di loro. Tale stato si manifesta sotto forma di oppressione o confusione a cui il paziente non riesce a dare un ordine di priorità, non avendo consapevolezza dei propri bisogni. L’emozione che caratterizza questo stato è l’ansia.

Nel prossimo articolo andremo a conoscere come tali dinamiche si esplicano all’interno del contesto di coppia. A presto!

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da Dott.ssa Ludovica Ballone - Psicologa clinica e Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale dell’età adulta e dell’età evolutiva - Facilitatrice Mindfulness - Terapeuta EMDR II livello





Questo è un articolo pubblicato il 28-04-2022 alle 09:34 sul giornale del 29 aprile 2022 - 218 letture

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