Vivere la Psicologia: Se l’attacco di panico chiama...ascolta cosa ha da dirti!

8' di lettura 27/06/2021 - Soffri di attacchi di panico e stai evitando situazioni esterne per paura che possano scatenarsene altri? Se stai vivendo questa situazione ho una cattiva notizia: stai sprecando invano le tue preziose energie e in questo articolo ti spiegherò il perché.

L’attacco di panico è caratterizzato da una improvvisa comparsa di paura intensa che raggiunge il picco nel giro di circa dieci minuti, accompagnata da sintomi fisici e cognitivi. Tra i principali sintomi fisici troviamo: palpitazioni, tremori, dispnea, nausea, derealizzazione (sensazione di essere fuori dalla realtà), depersonalizzazione (sensazione di essere staccati da se stessi) dolore-oppressione al petto, eccessiva sudorazione. Tra i principali sintomi cognitivi vi sono la paura di perdere il controllo, la paura di impazzire e/o di morire.

Il termine panico deriva dalla mitologia greca e in particolare dal Dio Pan. Quest’ultimo nacque con le sembianze per metà di uomo e metà di capra ma aveva un carattere gioviale e generoso. Per via di questo terribile aspetto da piccolo venne abbandonato da sua madre. Egli si rifugiò nei boschi e con la sua voce timorosa e le sue grida di paura incuteva un gran terrore in chi lo udiva non capendo da dove provenissero.

Questa figura enigmatica può fungere da metafora dell’attacco di panico come grido che spaventa e che a sua volta nasce da un profondo dolore, di cui si fa fatica a capire le origini.

In Italia circa cinque milioni di persone soffrono di attacchi di panico.

Circa il 25% delle persone che ha avuto un attacco di panico può sviluppare il Disturbo di panico, ovvero “la paura della paura” di averne altro. A causa di questo timore la persona può iniziare ad adottare comportamenti disfunzionali come ad esempio evitare di uscire di casa, di andare in luoghi chiusi o affollati, di viaggiare in auto, in treno o in aereo ecc. che le danno una sensazione di rassicurazione nel breve termine, ma che riducono drasticamente il suo benessere e la sua libertà personale. In questo caso si parla di agorafobia ovvero della paura di trovarsi in situazioni o luoghi da cui sarebbe difficile o impossibile scappare o in cui sarebbe difficile chiedere aiuto se si dovesse sviluppare ansia intensa, pertanto si cerca di evitarli e la propria vita inizia a girare intorno a tale tentativo. Al Disturbo di Panico spesso può seguire una depressione secondaria, dovuta alla percezione della riduzione del benessere e della difficoltà a ripristinarlo.

Ti sei mai chiesto a cosa rinunci per cercare di evitare gli attacchi di panico? Se non lo hai mai fatto inizia a stilare la lista di tutte le tue rinunce...vane.

Come accennavo all’inizio l’evitamento di situazioni non è un metodo efficace per un semplice motivo: non è il mondo esterno che determina l’attacco di panico ma il tuo mondo interno, ovvero la tua mente. Poco più avanti ti spiegherò esattamente cosa intendo.

Il Disturbo di panico fa parte dei principali disturbi d’ansia insieme al disturbo d’ansia generalizzato, alla fobia, al disturbo d’ansia sociale, al disturbo ossessivo compulsivo e al disturbo da stress post traumatico. Sebbene esistano vari disturbi d’ansia, le ricerche hanno individuato meccanismi che li accomunano come la difficoltà nel gestire le emozioni, la tendenza ad avere uno “stile di pensiero” negativo, ad avere uno stile di comunicazione passivo e improntato a mettere da parte i propri bisogni per assecondare quelli altrui e una tendenza ad esercitare eccessivo controllo sulle situazioni come strategia di gestione delle stesse, insieme al perfezionismo e all’evitamento.

Il sintomo d’ansia o di panico può essere visto come una parte sana di sé che si ribella al tentativo di mantenere questo equilibrio precario ed è disposta a bloccarci pur di non permetterci di rinunciare ancora a noi stessi e ai nostri bisogni più profondi. Questa parte chiede, anzi ti impone, aiuto. In questo senso il “sintomo” può essere visto non più come un nemico, ma come una parte di noi che ci grida aiuto e non smetterà finché non ce ne faremo carico. Questo grido ci arriva dalle emozioni, dai pensieri e dal corpo sotto forma rispettivamente di ansia, pensieri negativi (come il pensiero di impazzire, di morire o di perdere il controllo) e sensazioni di vertigini, di oppressione, sudorazione, tachicardia, gambe molli, annebbiamento ecc.

Se soffri di attacchi di panico e ti stai chiedendo: “Perché proprio a me?” inizia a chiederti quali sono i bisogni a cui non hai dato ascolto. La voce interiore che urla non va messa a tacere, ma va ascoltata poiché saprà darti preziosi consigli sui tuoi bisogni frustrati. Fin da piccoli impariamo a mettere da parte alcuni nostri bisogni profondi poiché l’esperienza soggettiva ci ha insegnato fosse sconveniente mostrarli all’esterno (ad esempio il bisogno di chiedere aiuto, il bisogno di esplorare, il bisogno di mostrare le proprie fragilità ecc..). E’ così che un po' alla volta tendiamo a dimenticare di avere questi bisogni ma questo non significa che siano spariti. Se hai letto i miei articoli precedenti avrai già sentito che i bisogni sono veicolati dalle emozioni. L’ansia è un’emozione che ci indica la percezione di un pericolo imminente e il bisogno di proteggerci da esso. Ma nel caso dell’attacco di panico il “pericolo” esperito è un tuo bisogno a cui non riesci profondamente a rinunciare (oserei dire, giustamente) e che quindi si riproporrà finché non gli presterai ascolto. Rivolgiti pertanto alla voce interiore che urla e chiedile di cosa ha paura, che cosa pensa e chiediti, per ogni sensazione fisica legata all’ansia, cosa pensi vorrebbe comunicarti. Inizia ad ascoltarti, è il primo passo per mettere a tacere la voce ansiosa interiore che ti tormenta.

Come si scatena un attacco di panico?

Quando si vive una situazione di stress prolungato, il corpo inizia a mandare segnali di allarme: aumenta il ritmo respiratorio, aumentano le pulsazioni cardiache e i muscoli entrano in tensione. Se la persona inizia ad avvertire tali sensazioni e le interpreta in senso di “pericolo”, aumenterà ancora di più lo stress che, a sua volta, incrementerà i relativi cambiamenti fisiologici (come l’iperventilazione) che, a loro volta, manterranno attivo il “circolo dell’ansia”, determinando un’escalation di sintomi e pensieri che possono portare all’attacco di panico. L’iperventilazione determina infatti un aumento eccessivo di ossigeno e una riduzione di anidride carbonica nel sangue a cui il corpo reagisce, generando un insieme di sintomi simili a quelli dell’attacco di panico.

Per contrastare l’attacco di panico è infatti utile svolgere una serie di semplici esercizi di respirazione diaframmatica e di rilassamento appositi che vanno a ripristinare il giusto equilibrio tra ossigeno e anidride carbonica. Questo è ciò che accade nel corpo...cosa accade invece nella mente quando si sviluppa l’Attacco di Panico?

L’amigdala è la parte del nostro cervello deputata alla gestione delle emozioni e in particolare della paura. Essa ha il ruolo di “registrare” in memoria gli eventi percepiti come pericolosi per la nostra incolumità, facendo sì che nel momento in cui la persona si trova in contesti simili o che le possano ricordare l’evento significativo si attivi automaticamente la risposta di “fuga” per metterla in salvo. Questo “meccanismo di sopravvivenza” ha origine nei tempi in cui i nostri antenati avevano a che fare soprattutto con pericoli reali e ben evidenti come belve feroci, gli eventi atmosferici e le carestie. Il “sistema della paura” perdura fino ai nostri tempi immutato sebbene i vari pericoli siano di tipi ben diversi. Ad oggi buona parte dei pericoli è di tipo astratto come la paura del giudizio, la paura di stare male, la paura di fallire ecc.. , tutti pericoli di cui si fa fatica ad identificare l’inizio e la fine e che, di conseguenza, mantengono il nostro organismo in perenne stato di allerta, ovvero di stress. Ciò che viene percepito pericoloso dipende dalla nostra esperienza soggettiva che crea una serie di convinzioni su ciò che è pericoloso, e quindi da evitare. Tali convinzioni e assunti determineranno l’interpretazione che daremo degli eventi e il modo in cui gli faremo fronte. Nel caso dei disturbi d’ansia è come se l’amigdala, considerata come la centrale della paura, fosse diventata ipersensibile e creasse continuamente falsi allarmi. Pertanto una parte del lavoro terapeutico consisterà nel “riprogrammarla”, attraverso esercizi che coinvolgeranno il pensiero e il comportamento.

Uno degli ostacoli più grandi alla risoluzione spontanea dell’ansia patologica è dovuto alla convinzione che è meglio ascoltare il proprio intuito. Nel caso dell’ansia il problema è che l’istinto ad assecondare i nostri bisogni fondamentali è stato sovrastato e offuscato dall’abitudine ad evitare pericoli soggettivamente percepiti (e la maggior parte delle volte non realmente pericolosi) e spesso si tende a scambiare tale abitudine per un bisogno fondamentale. Pertanto potrebbe essere utile chiedere a te stesso: “Sto cercando di ottenere ciò di cui ho bisogno o di evitare ciò che temo?”.

Se la tua ansia continua a farsi sentire nonostante i tuoi tentativi di rassicurarla o fai fatica a rispondere alla precedente domanda, probabilmente le tue abitudini disfunzionali hanno preso il sopravvento ed è allora consigliabile rivolgersi ad un professionista che possa aiutarti ad interrompere il circolo vizioso del panico e a rimetterti in contatto con i tuoi bisogni essenziali.

La Terapia Cognitivo Comportamentale è l’intervento che ha fornito la maggiore dimostrazione di efficacia nel trattamento dei disturbi d’ansia e, in modo particolare, del disturbo da attacchi di panico.


da Dott.ssa Ludovica Ballone - Psicologa clinica - Specializzanda in Psicoterapia Cognitivo Comportamentale Facilitatrice Mindfulness





Questo è un articolo pubblicato il 27-06-2021 alle 16:48 sul giornale del 28 giugno 2021 - 561 letture

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