Una Minoranza Creativa: "RACCOGLIERÒ", domenica 04 agosto, XVIII domenica del tempo ordinario (ANNO C) (Lc 12,13-21)

4' di lettura 03/08/2019 - Due settimane fa il Vangelo ci ha narrato la vicenda di Gesù al cospetto di due sorelle; la settimana scorsa abbiamo citato la privacy come fondale della pericope. Quest’oggi Gesù, adottando il criterio della parcondicio, si rapporta con due fratelli.

Come Marta, anche qui “uno della folla” chiede a Gesù di fare da portavoce. Tuttavia, tra i due episodi, diverso è l’oggetto della diatriba (‘servizio’ - episodio di Marta; ‘eredità’ - episodio di oggi); diverso è l’approccio di Gesù (ad una ‘riflessione’ - episodio di Marta, corrisponde una ‘domanda’ – episodio di oggi); diverso il rapporto (i corrispettivi di Marta e Maria rimangono nella genericità del “O uomo” e “mio fratello”).

Lasciamo questi spunti semplicemente come introduzione, ma possano essere scintilla per proseguire in una autonoma riflessione personale. Lo Spirito conceda al lettore la gioia di adoperarsi per assaporare la Parola di Dio, e conceda allo scrivente il giusto intelletto per coglierla. Dinanzi al Vangelo di questa domenica, il miserevole cattolico che ad agosto ancora si reca a messa, assieme ad altri pochi tapini, prende certamente vigore: “Finalmente il Signore sferza tutti quelli che non cercano le cose di lassù!”.

Ma costui non ha capito che questa domenica Gesù, invece, parla proprio a lui. La parola che manovrerà la nostra riflessione è RACCOGLIERÒ (in greco “sunàxo”, v. 18). Se ci approcciamo al testo originale della pericope, noteremo che questo verbo è presente due volte, anche se nella proclamazione in lingua corrente è tradotto con un sinonimo. Il termine “sunàxo”, infatti, al versetto 17 è tradotto anche con “mettere”. Da “sunàxo”, che viene dal verbo “sunàgo”, lo scatto a “sinagoga” è quasi spontaneo.

La sinagoga è il luogo dove ci si raccoglie, ovvero dove “sùn” (insieme) àgo (andare). E la sinagoga si traspone, per noi, nella chiesa-luogo di culto. Gesù sembra rivolgersi decisamente a chi frequenta e pratica le prassi rituali (tra l’altro la posizione visivamente centrale di “sunàxo” all’interno della lettura evangelica appare quasi come un richiamare l’attenzione proprio su di sé). Il cattolico della “sin-agoga” è colmo di benedizione, in quanto non solo ha la grazia di un raccolto abbondante, ma a prescindere da questo, è già un uomo ricco (in greco è scritto “un certo uomo ricco” - v. 16, che sono gli stessi termini riferiti a colui che all’inizio interroga Gesù – v. 13 “uno della folla” e v. 14 “O uomo”).

Nondimeno egli non pensa a dividere la sua eredità ma si adopera a continuare a “costruire” (oikodomèso) per sé stesso altri magazzini ancora più grandi. Molto interessante è proprio il verbo appena citato. Come abbiamo oramai imparato a capire, molti verbi greci sono composti e lo è anche il verbo “oikodomèso”: questo reca in sé il sostantivo “oikìa” (“casa”, che respira maggiormente l’accezione “famiglia”; il ‘gens’ latino) e “dòmos” (“casa”, che intende l’aspetto di “edificio”; il ‘domus’ latino).

Il cattolico della “sin-agoga” si distingue anche da come parla e dalla dimestichezza con la quale adoperare il linguaggio di Dio. Dal Vangelo ascoltiamo: “Poi dirò a me stesso: Anima mia…” (ma in greco è: “e dirò alla mia-‘psukè’-anima: anima mia…”). Ma il cattolico della “sin-agoga” è anche quello “Stolto” (àfron, v. 20) che, pur condannando le vanità quando recita, burbanzoso, le formule che odorano di incenso, spesso anche egli “affloscia” (keimèna, v. 19, tradotto con “a disposizione”) la propria anima nei beni materiali, dimenticandosi che anche questa notte Dio potrebbe richiedere la “vita” (in greco è sempre la parola “anima” – “psukè”).

Chi è, quindi, il cattolico della “sin-agoga”. Questi è “un certo uomo ricco” (poiché ha avuto la Grazia di riconoscere Il Signore), che per di più ha anche un “raccolto abbondante” (poiché ha la gioia di poter stare in ogni celebrazione alla Sua viva presenza), ma spesso decide di rimanere “uno della folla”, un “O uomo” anonimo, che invece di distribuire la vera ricchezza che possiede, non solo non divide questa propria eredità, ma pretende che il Cristo si faccia a lui giudice e mediatore anche per le eredità del mondo. L’evangelista Luca è stato definito da Dante: “Scriba mansuetudinis Christi”.

Il Cristo, nel racconto lucano, manifesta in maniera poderosa la Sua Misericordia. A noi, miseri cattolici della “sin-agoga” è dato beneficiare anche di quest’altra ricchezza. Nondimeno, più grave della brama di eredità terrene (che va certamente governata, ma fa pienamente parte della nostra umanità), è il non adoperarci per dividere l’eredità dell’anima che per Grazia ci è stata donata. (dal blog unaMinoranzaCreativa)






Questo è un articolo pubblicato il 03-08-2019 alle 21:37 sul giornale del 04 agosto 2019 - 315 letture

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