Una Minoranza Creativa: "COMPANATICO"

5' di lettura 05/05/2019 - Ancora gioiosi per il trionfo di nostro Signore Gesù, il Risorto, stiamo camminando verso la Pentecoste, continuando a leggere, nel vangelo domenicale, altri passi che narrano le vicende che seguono la risurrezione del Cristo.

Lo Spirito accenda la luce dello scrivente e faccia ardere il cuore del lettore. Questa domenica 5 maggio 2019 (III domenica di Pasqua-anno C) il messale cattolico romano ci presenta un brano tratto dal vangelo secondo Giovanni (Gv 21,1-19).

Il capitolo 21 di questo evangelo appare alquanto strano. Quando si termina la lettura del capitolo 20, sembra chiaramente la fine lineare dell’intero testo: “Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro.

Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. ” (Gv 20, 30-31). Tuttavia al capitolo 20 segue il 21, il che sembrerebbe una appendice quasi superflua e non necessaria, o addirittura non appartenente all’autore evangelico, probabilmente una addizione postuma e fuori luogo.

Lasciando queste analisi al modo condizionale, e riservandoci magari l’occasione di trattarle in altra sede, in questa narrativa manifestiamo enorme devozione alla parola di Dio quivi presente (Gv 21,1-19), la quale (a valutazione fondata e documentata dello scrivente) non è assolutamente una sequenza posticcia di frasi, ma il prosieguo del trionfo di Gesù Cristo.

Talmente rilevante e densa è la pericope odierna, che costringe lo scrivente a scegliere, a corredo della consueta parola, altri due riferimenti che necessitano decisa menzione. La parola attorno alla quale far ruotare l’intervento odierno è COMPANATICO.

Chi parteciperà alla celebrazione eucaristica domenicale, e purtroppo siamo sempre in pochi e sempre di meno (in merito a ciò gradirei citare in parentetica questo versetto - Mt 16, 18 – ma non riporto il contenuto lasciando al lettore la fatica, o la curiosità, di andarlo a cercare), si accorgerà che questa parola non è presente nella proclamazione dell’evangelo.

Per chiarire questo dubbio, si riferisce che la traduzione in lingua corrente italiana ha reso questa parola con una perifrasi verbalizzata (“Figlioli, non avete nulla da mangiare?”), ma se volessimo tradurre letteralmente sarebbe “Figlioli, (non) avete del companatico?”. il termine greco è “prosfàgion”, ma, nel prosieguo del testo si usa “opsàrion”.

Ma come abbiamo detto, a corredo della parola chiave occorre menzionarne, in questa sede, altre due: MATTINA (in traduzione abbiamo “Quando già era l’alba”, ma in greco è “pròias”, ovvero “mattina”) e LA’ (non è presente nella traduzione in italiano, con riferimento al fuoco di brace, ma traducendo letteralmente dal greco sarebbe “videro della brace là” e il termine è “keimènen”).

Ora, assemblando gli addendi, possiamo trarre il senso. Cosa accadde la “pròi” (“mattina presto”) del capitolo 20? Così come nel capitolo 20, anche nel capitolo 21 c’è una mattina, un’altra mattina, in cui il Risorto si manifesta vivo e vittorioso. Il capitolo 21, quindi, come il 20, è capitolo di risurrezione, ma questo prosieguo non è posticcio, ma approfondimento di senso al capitolo 20.

E saranno le altre due parole a svilupparlo. Cosa videro Pietro e Giovanni “kèimena” (“là”, oppure “a terra”, o meglio “svuotate”) nel sepolcro? Nel capitolo 20 videro “kèimena” i teli; nel capitolo 21 “keimènen” riguarda la brace. Nei teli “svuotati” del capitolo 20 non c’era più il crocifisso morto poiché è Risorto, mentre nel capitolo 21 “a terra” c’è la brace sopra la quale c’è del pesce, ma in greco il termine “opsàrion”, come detto, è “companatico (specialmente pesciolini)”.

I teli del capitolo 20 restituiscono il tripudio focalizzato sull’ “assenza”; il capitolo 21, invece, pone il suo acmè sullo “stare sopra la brace che rimane là”, manifestando la “presenza” del trionfo sulla morte e quindi della gloria della risurrezione.

Il capitolo 20 e il capitolo 21 sembrano precludere quel “rimbalzo” che viene proclamato in maniera così potente nella lettera ai Filippesi: “ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome” (Fil 2, 7-9). Il termine greco per “spogliò” è “ekènosen”, lo stesso dell’odierno “kèimena”; il termine greco per “ha innalzato” è “uperìpsosen”, lo stesso dell’odierno “opsarion”.

Eccoci, però, alla sostanza di questa “presenza”: la risurrezione del Cristo non è l’ostentazione boriosa del potere, poichè come il “companatico” sopra la brace è destinato a divenire nutrimento per chi se ne ciberà, così la risurrezione di Gesù Cristo siede onnipossente sopra la morte, ma il suo trionfo sta nell’essere dono, nutrimento, sacrificio per la vita e per la salvezza degli uomini.

Ecco, allora, che il capitolo 21 è tutt’altro che appiccicato: ci fa contemplare il vero senso della risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo: non mero trionfo, non ostentazione di gloria, non sfrontata superbia, ma dono di vita per la vita.

Tuttavia il capitolo 21, oltre a donarci il senso della risurrezione del Cristo, ci indica anche come noi dobbiamo partecipare di questo trionfo: Gesù, nonostante avesse già pronta la colazione, nonostante Egli sia “sufficiente”, chiede ai discepoli: “Portate un po’ del pesce che avete preso ora”.

Il Cristo Risorto, che siede vivo sulla riva gloriosa del Padre, ci invita a partecipare con lui della sua vittoria chiedendoci di portare anche noi, sopra la brace, il nostro “opsàrion”, ovvero diventare noi stessi “companatico” per la nostra risurrezione, e per donare vita, per essere vita gli uni gli altri.

LINK ALL'ARTICOLO: https//unaminoranzacreativa.wordpress.com/2019/04/05/companatico








Questo è un articolo pubblicato il 05-05-2019 alle 09:41 sul giornale del 05 maggio 2019 - 300 letture

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