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comunicato stampa

Sebastiano Nino Fezza, cinereporter Rai, all’ Istituto Laeng

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“Una storia non esiste se non viene raccontata”…e di storie da raccontare Sebastiano Nino Fezza ne ha tantissime. Alcune tra le più belle, emozionanti le ha raccontate mercoledì 2 aprile agli studenti dell’ISTITUTO LAENG.

Per 30 anni cinereporter Rai, Sebastiano Nino Fezza ha documentato con la sua videocamera 17 conflitti nel mondo. Ora in pensione, ha deciso di dedicarsi, anima e corpo, ai più giovani, facendo tesoro della propria esperienza.

«Sono un uomo fortunato perché ho avuto la fortuna di fare un lavoro meraviglioso. La Rai mi ha pagato 30 anni per girare il mondo, il che non è poco. Ho avuto anche la fortuna di poter scegliere di occuparmi di certi temi, nella fattispecie quello delle guerre nelle zone più povere del mondo. Ho documentato 17 conflitti.

Inizi perché vuoi documentare queste storie, lo fai sempre con piacere, con entusiasmo. Poi gli anni passano e ti accorgi che alla fine, un conflitto in Medio Oriente è uguale ad uno in Africa, come ad uno in Estremo Oriente. Così cominci a porti le domande, ti chiedi: “Che diavolo sta succedendo? Cos’è una guerra? Perché una guerra?”».

Non c’è una guerra, dice Fezza. Esistono le guerre. C’è quella ufficiale dei generali, delle strategie, aeree, c’è una guerra economica, una per la ricostruzione, una per la vendita delle armi. Ma la guerra più importante e dolorosa, la guerra di cui nessuno parla, è la guerra della gente. La gente che la guerra non l’ha mai voluta. La guerra degli ultimi, la chiama Fezza.

Gli ultimi sono gli uomini, sono le donne, sono gli anziani, i bambini. Ovviamente i soggetti più deboli sono gli anziani e i bambini. E Sebastiano è proprio la causa dei bambini che ha sposato, ne ha visti morire tanti nelle guerre e tanti per la fame, il colera, le bombe, le mine antiuomo.

Loro che, a differenza degli adulti non hanno ancora vissuto la loro vita, hanno un mare di sogni, di speranze, di desideri. Racconta Fezza “Ci sono due episodi che hanno segnato tutta la mia vita, in Sud Sudan, circa 10 anni fa, ho incontrato una madre con due bimbi. Uno in braccio a lei e l’altro a terra.

Questo bambino si chiamava Malid, ho subito visto che era in condizioni disperate, sguardo allucinato, fisso nel vuoto, era affamato, stava morendo di fame. Allora l’istinto è stato di raccontare quella storia ma facendo due cose in contemporanea: ho messo la telecamera tra le ginocchia e l’ho fatta partire. Nel frattempo mi ero fatto portare una tazza di thè molto zuccherato e cercavo di imboccare Malid.

Ogni volta che lo imboccavo lui vomitava quanto ingerito. La terza volta che ci ho riprovato, lui quasi infastidito ha preso lo straccetto con cui era avvolto, si è girato, si è sdraiato ed è morto di fame. Malid è morto di fame. Do sempre un nome ai bambini perché altrimenti sono numeri. Poi Ciobe.

Non l’ho mai conosciuto ma so chi era. Sempre nella stessa città, dopo qualche giorno, ho incontrato una madre con 3 bambini. Aveva la necessità di salire sulla macchina e tornare indietro sulla pista. Il viaggio è durato circa 3 quarti d’ora.

Siamo arrivati vicino una radura, lei è scesa al volo ed è andata di corsa verso un grosso albero, ha spostato delle frasche chiamando in continuazione il figlio. Poi è andata attorno all’albero tornando disperata. Insomma, era partita con 4 bambini: una legata dietro, uno legato davanti, uno nella mano destra e uno nella mano sinistra.

Lungo il percorso, Ciobe si è sentito male. Allora la mamma cosa ha pensato di fare? Ha visto un incavo grosso in quell’albero, ci ha messo il bambino dentro, l’ha coperto con le frasche, si è ripresa gli altri 3 bambini ed è andata verso la città con l’intenzione di farsi aiutare e tornare indietro a riprendere Ciobe. Insomma, il bambino non c’era più al suo ritorno.

Ciobe se l’erano portato via gli animali, l’avevano mangiato”. Visibilmente commossi ed emozionati gli studenti dell’Istituto Laeng, un incontro pieno di spunti, riflessioni, un dibattito franco e aperto che si è concluso con la visione di un video reportage realizzato con gli occhi delicati e sensibili di chi la guerra l’ha raccontata per anni per insegnare la pace.



Questo è un comunicato stampa pubblicato il 05-04-2019 alle 07:53 sul giornale del 06 aprile 2019 - 1337 letture