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Una minoranza creativa: la parola di questa settimana è "veste"

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Buongiorno amici, questa settimana siamo accompagnati da un brano evangelico davvero noto, quello in cui Luca ci dipinge il momento della trasfigurazione “sul monte”. Perciò senza attardarci, presentiamo la parola che ne abbiamo pescato: “veste”.

I vocaboli greci utilizzati originariamente, poi tradotti con “veste”, sono tre: στολὴν (stolèn), ἱμάτια (imàtia), ἐσθῆτα (esthíta); tuttavia è la seconda ad avere maggiore ricorrenza. Su quel monte, la solennità dell’avvenimento ammalia i nostri occhi come quelli dei tre apostoli, servendosi di un momento di assoluto splendore e candore, tale che, associando la trasfigurazione a questa estasi di luce, ci perdiamo riferimenti minori, ma non per questo meno importanti, che l’evangelista invece non tralascia.

Un esempio è proprio il cenno alla “veste”. “Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante” (Lc, 9, 28): così ai tre apostoli è rivelato ciò che sarà.

Prima il viso di Gesù, del quale tuttavia non è riportato in che modo cambi d’aspetto, e poi la veste, che assume il colore della purezza dell’Agnello e della potenza di Dio. Ma gli apostoli non capiscono. Immediatamente la memoria ci riporta alla veste bianca che viene fatta indossare al battezzato con la missione di portarla “senza macchia” fino alla morte.

Il “nuovo” figlio di Dio ha dunque una nuova identità e la candida veste ne è simbolo, così come è simbolo dell’atteggiamento, della dignità della persona. Molte volte il concetto della veste, come del resto molti dei concetti che abbiamo trattato negli articoli precedenti, riappare lungo tutto il testo sacro, ma prendiamone uno dei più evidenti e conosciuti: la storia di Giuseppe.

Per lui la tunica con le maniche lunghe fatta dal padre, rubata e deturpata dai fratelli, e in forma diversa restituitagli in Egitto, non è solo un abito, ma la dignità che gli era stata tolta con l’invidia e restituita con l’incarico dal faraone in Egitto, l’identità interiore che ha avuto quando sentiva di essere speciale, e poi ha perso nel dubbio, fino a maturarla sapientemente in Egitto.

Tuttavia l’uomo veste l’uomo e questo non può che essere fallibile, perciò capita che si cambi veste più volte, che qualcuna sia più appropriata per qualche occasione e qualcuna meno, capita che uno si vesta degli abiti più sontuosi, ma non arrivi a essere meglio nemmeno di un giglio di campo: “neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro” (Mt 6, 29).

Il vestito non fa il monaco e questo significa che si può simulare e trarre in inganno quando gli atteggiamenti pubblici (la veste) non sono coerenti con l’identità interiore. Giacobbe si vestì degli abiti di Esaù, suo fratello, per storcere la benedizione al loro padre.

Gli apostoli non capiscono che la veste di Gesù dovrà essere stracciata. Stracciarsi le vesti e vestirsi di sacco, sono gesti d’umiliazione: spogliarsi della veste è “abbandonare gli atteggiamenti peccaminosi che abbiamo avuto”, e stracciare la veste è “distruggere la nostra propria dignità”, quella che segue dalla logica del mondo, per lasciar spazio affinché sia Dio a vestirci di quella nuova veste, quella dignità che viene dalla Verità, quella tunica che “non si può stracciare”.

“Si sa per esperienza, non è una novità, che per un palato malato è una pena masticare il pane, mentre è un gusto per palati sani.” (Le mie confessioni, Sant’agostino, libro VII, paragrafo 16). Gesù è scomodo a chi ha un animo malato.

E per questo lo privano (secondo la effimera logica umana) della sua dignità togliendogli e stracciandone le vesti, facendone 4 parti, quattro come gli “angoli della terra”, ad indicare che quella sua dignità è stata data a tutti (o per tutti?).

Eppure sula tunica, che era invece una veste più intima perché a diretto contatto con il corpo, simbolo di regalità e di sacerdozio, nulla hanno potuto: nulla hanno potuto sulla sua vera natura, perché senza cuciture e tessuta in modo perfetto dall’alto in basso, non l’hanno divisa.

Anche noi oggi possiamo dividere la veste umana di Cristo, possiamo dividere gli uomini che formano la Chiesa, ma la Chiesa è, nella sua identità profonda, intoccabile perché Dio la sorregge.

E cosi come un singolo può assumere tanti atteggiamenti ma un unico animo, così la Chiesa ha molte forme ma una sola Verità da ricercare, e purtroppo si riconosce che tanti compromessi minano le verità di fede perché attenti a riunire le vesti, si dimenticano della tunica…

Anche nella morte Gesù è stato messo in un’altra veste, ma la potenza della risurrezione ha lasciato il segno su quella veste, un segno che è intatto dopo oltre 2000 anni e che è comunemente conosciuto come la “sindone di Torino”. La sua luce che è, e che è viva, può segnare ogni tunica e veste di ogni uomo, sempre.

Link: https://wordpress.com/view/unaminoranzacreativa.wordpress.com



Questo è un articolo pubblicato il 17-03-2019 alle 08:41 sul giornale del 18 marzo 2019 - 342 letture