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L'appuntamento con La Parola, per aggiungere un nuovo tassello al nostro vocabolario: GRATITUDINE

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Buongiorno amici, ci ritroviamo anche quest’oggi all’appuntamento con La Parola, per aggiungere un nuovo tassello al nostro vocabolario: GRATITUDINE. “Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano.” (Lc, 6,32) Eppure il termine “gratitudine” non si incontra nello stesso versetto di altre edizioni, le quali riferiscono invece “Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso.” o ancora “Se voi amate soltanto quelli che vi amano, come potrà Dio essere contento di voi? Anche quelli che non pensano a Dio fanno così.”

Le varie versioni, ovviamente, non sono in conflitto: merito, gratitudine, “esser contento di”, sono infatti espressioni provenienti da un’unica radice lessicale comune χαρις (greco, chàris) traducibile con “grazia”. L’aspetto rimarcato è quello della gratuità, del disinteresse, del dare o fare senza pensare a ciò che ne tornerà in cambio. Che merito abbiamo se ci comportiamo esattamente come i peccatori?

Che riconoscenza ci è dovuta se non facciamo nulla di più di ciò che ci è stato comandato o se non facciamo altro che ricambiare ciò che ci è stato fatto? In cosa ci distinguiamo come cristiani, se facciamo tutto ciò che fanno anche i pagani e quale grazia dovremmo ricevere per questo? Le risposte sono disseminate lungo un sentiero affatto pianeggiante e tranquillo, che inizia sul monte Sinai con il decalogo donato a Mosé e continua su un altro monte, quello delle Beatitudini con il nuovo Mosé, Gesù.

Le due “leggi” sono l’opposto eppure sono lo stesso. Facciamo un esempio. Insegnando a “non uccidere” si insegna al contempo “il rispetto della vita”, eppure quest’ultimo concetto si schiude in orizzonti più ampi. Il “decalogo positivo” viene a perfezionare, a riempire, il “decalogo del non”. Le beatitudini sembrano già molto difficili da mettere in pratica nella vita quotidiana, ma Gesù ci spinge subito oltre.

Con fermezza arricchisce la magna charta del cristianesimo della sua apoteosi. Il decalogo è lo strumento col quale porre dei limiti al peccato dentro di noi; le beatitudini sollevano il nostro cuore ad un’aspirazione, ad una meta più alta. E infine c’è la grazia. C’è la gratuità. Gesù non ci sprona, per esempio, ad imitare i santi, ma ad imitare l’amore gratuito di Dio: non si accontenta della sufficienza, vuole il massimo, non ci chiede di provare a raggiungere quantomeno un minimo, ma a puntare alla perfezione, ad essere immagine della Perfezione, come il Padre ci ha concepito.

L’esercizio della gratuità nelle vicende di tutti i giorni, rafforza in noi varie virtù, se così possiamo definirle. La prima virtù che la cultura del gratuito allena è certamente l’umiltà. La gratuità è una mentalità inaccettabile per l’uomo contemporaneo perché porta con sé l’abbassarsi a creatura, l’umiltà appunto, e non a creatore della propria vita. In altre parole, l’uomo fatica a riconoscere il dono della vita in quanto preferisce saperla sua proprietà, suo diritto ed in tal modo, esentarsi dall’onere di rendere conto ad alcuno.

Di fatto, oggi, nulla è gratuito perché tutto ci è dovuto. E sfumando in questo modo ogni forma di gratitudine, poiché nessun dono è ricevuto senza meritarlo, sfuma al contempo anche il senso della vita, in un prendersi ciò che vogliamo quando vogliamo, come vogliamo, perché ci è dovuto. Inevitabilmente allora si comprende come la famiglia sia la prima istituzione a venir messa in discussione, proprio la famiglia, la culla dell’amore gratuito di un genitore verso un figlio, di un figlio verso un fratello o verso un nonno. La rappresentante di quella gratuità che rende salda e sincera ogni altra forma di relazione.

La seconda virtù è il coraggio di pensare differentemente. E’ il coraggio di ricordarsi ogni giorno, in quel fatidico momento in cui subiamo un torto, che lo sventurato non è chi subisce, ma chi fa il torto. E’ il coraggio, di conseguenza, di comprendere che la vendetta è la massima debolezza perché ti assoggetta alle leggi del mondo e non ferma quella spirale viziosa per cui vince il più forte (o il più violento). Non a caso la prima lettura ci racconta un episodio della storia di Davide e Saul. Saul voleva uccidere Davide e gli stava dando la caccia. Nel sonno fu Davide ad avere il nemico tra le mani, ma decise di non ucciderlo, gli prese la lancia, si allontanò, e conficcò la lancia a terra a monito che avrebbe potuto, ma non ha voluto fargli del male. L’ultima virtù è la passione.

La gratuità rende importante ogni gesto, anche il più piccolo perché lo carica di un’energia ineguagliabile, quell’energia che si traduce nell’entusiasmo che mette un innamorato nel salutare con un bacio sulla guancia la sua amata, la stessa energia che permette al minuscolo granello di senape di diventare un albero maestoso, quell’energia che si traduce nell’amore che mette una nonna nel preparare il pranzo per i figli ed i nipoti, quella passione che trasforma i gesti banali di una stanca routine in ricchi momenti da vivere e ricordare.

In queste esperienze concrete gli uomini che sono grati di vivere, che vivono quell’amore gratuito che ci viene indicato da Gesù, risaltano per una positività irriducibile. In conclusione, umiltà, coraggio e passione: è questa la ricetta per vivere con quella leggerezza interiore che permette di affrontare serenamente ogni momento felice, ma soprattutto triste e complicato della vita; la ricetta per realizzarci appieno secondo il progetto di Dio per noi; la ricetta per essere veri testimoni per mezzo dei quali Dio parla al nostro prossimo, come accaduto per Davide, che ha dato una lezione di vita a Saul, il quale voleva prevaricare con la forza, ma è stato sottomesso dall’Amore.



Questo è un articolo pubblicato il 04-03-2019 alle 20:29 sul giornale del 05 marzo 2019 - 272 letture