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Crisi Best, Baffetti (Confartigianato): 'A rischio 30 aziende artigiane dell'indotto, stop alla delocalizzazione selvaggia'

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Stop alla delocalizzazione selvaggia. La “fuga” all’estero degli stabilimenti produttivi indebolisce il territorio, spezza la catena produttiva dell’indotto e spalanca per molti lavoratori le porte della disoccupazione. Uno scenario che si sta verificando nel comprensorio osimano a causa della decisione del gruppo BEST, multinazionale americana specializzata nella produzione di cappe aspiranti, di chiudere la sede produttiva di Montefano-Osimo e delocalizzare l’attività in Polonia.

Confartigianato è solidale alla causa dei 125 dipendenti che si sono ritrovati dall’oggi al domani senza più lavoro e contesta anche la modalità con cui si è consumato il gesto dell’azienda: repentina, improvvisa, battenti serrati e macchinari sottratti. Gli operai si sono ritrovati di fronte al fatto compiuto. Al dramma dei lavoratori si somma anche la sofferenza dell’indotto artigiano – denuncia Mario Baffetti, presidente mandamentale della Confartigianato di Ancona sud - Per la Best nell’ambito del comprensorio dislocato tra Osimo, Castelfidardo, Recanati operano indicativamente una trentina di aziende tra fornitori e terzisti specializzati nel comparto elettro- meccanico e plastico.

Le imprese fornitrici vendono alla BEST materie prime ed elementi pronti per essere assemblati nel prodotto finale, come circuiti, elementi elettronici, calotte di alluminio, segmenti plastici, viti e altro; le imprese terziste si occupano della produzione di semilavorati e anche di lavori di assemblaggio. Si tratta in tutto di una trentina di imprese artigiane e con loro dei dipendenti che in esse operano. Questo bacino produttivo rischia ora di venire compromesso dalla “fuga” della BEST e dallo smantellamento dello stabilimento di Montefano-Osimo. Si teme il calo di commesse, la perdita di ordinativi e conseguentemente di ricavi con tutti i risvolti che questo può avere in termini aziendali. Il territorio ne esce impoverito.

Questi sono gli effetti della delocalizzazione. Le logiche aziendali dei grandi gruppi internazionali non vanno di pari passo con le esigenze locali e non si curano degli interessi del territorio in cui operano, qualunque esso sia, ma solo dei propri. Così anche le aziende che scelgono di delocalizzare, abbagliate dai miraggi di minor costo del lavoro e produzione in sede estera. Questa tipologia di comportamento arreca danni significativi alle imprese che vivono e lavorano e resistono sul territorio: scompagina l’assetto produttivo, deprime l’occupazione, danneggia il distretto e il suo indotto.

Così non si fa sviluppo. Confartigianato –conclude Baffetti- ritiene opportuno da parte delle Istituzioni vigilare sul territorio e per quanto possibile punire con la revoca di incentivi o agevolazioni concesse chi utilizza fondi pubblici e poi delocalizza all’estero. Al tempo stesso Confartigianato chiede che si attivino da parte delle Istituzioni iniziative volte alla concessioni di risorse alle piccole imprese e che si ponga mano a una politica di tutela delle realtà distrettuali.



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Questo è un articolo pubblicato il 08-11-2011 alle 18:35 sul giornale del 09 novembre 2011 - 483 letture