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L\'Orda: immigrazione e storia. Quando gli Albanesi eravamo noi.

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Venerdì 29 gennaio ore 21.15 spettacolo \'L\'Orda: quando gli albanesi eravamo noi\'. Ingresso posto unico 10 euro. Un viaggio indietro nel nostro passato di italiani. 
VENERDì 29 GENNAIO ORE 21:15
TEATRO LA NUOVA FENICE DI OSIMO
SERATA DI SOLIDARIETA\' E BENEFICENZA
INGRESSO POSTO UNICO 10 EURO
INFO, PRENOTAZIONI e PREVENDITA:
bigletteria del teatro: giovedì 28 gennaio dalle 17:00 alle 20:00
venerdì 29 gennaio dalle 17:00 a inizio spettacolo
Lo spettacolo

L\'emigrazione italiana documentata è durata esattamente 100 anni, dal 1876 al 1976: Prima di tali date gli emigranti partivano a migliaia, ma nessuno sapeva quanti e chi erano; dal 1976 il numero degli immigrati, italiani che tornavano in patria o cittadini di altri paesi che arrivavano in Italia in cerca di lavoro, ha superato quello degli emigranti, anche se il fenomeno emigrazione non si è arrestato subito, ma ha impiegato ancora parecchi anni per ridursi a quelli che possiamo definire rapporti normali di libero scambio della manodopera.


In questi cento anni gli Italiani sono diventati da ospiti indesiderati e fortemente contrastati, in buona parte del mondo, a cittadini delle nuove patrie, perfettamente integrati, che spesso hanno dato contributi formidabili allo sviluppo dei paesi che li avevano accolti.Un percorso lungo e molto tormentato; la xenofobia antitaliana, che è emersa in forme diverse un po\' ovunque, ma in modo particolarmente vistoso negli Stati Uniti, ha ricoperto di dolore e di sangue quel percorso di integrazione e di sviluppo. D\'altra parte gli Italiani che approdavano a porti lontanissimi o arrivavano in treno in paesi totalmente sconosciuti erano il più delle volte sporchi, affamati, ignoranti e con un tasso di violenza altissimo nella loro cultura di relazione. Hanno creato numerosi problemi alle collettività in cui si sono inseriti in quanto portatori di una diversità difficilmente accettabile, e molto hanno sofferto per incredibili discriminazioni.


La storia che racconta \"L\'orda\" è questa: quanto siamo stati discriminati, che vita hanno fatto i nostri nonni in questi cento anni e quanto difficile è stato per gli altri accettarci.La rappresentazione, della durata di 100 minuti circa, alterna racconti, documenti d\'epoca con canti provenienti dal patrimonio popolare italiano, da oltre oceano e infine composti appositamente per questa occasione.Il tutto è completato dall\'ininterrotta proiezione di straordinarie immagini originali, frutto di una approfondita ricerca in diversi archivi, anche familiari.



La compagnia delle acque.

Nata nel 2002 da cantanti e musicisti di provenienza diversa, ha al suo attivo numerosi concerti, due CD di canti dell\'emigrazione e uno sugli anni cinquanta. E\' un\'associazione di musicisti, cantanti e ricercatori che dedicano la loro attenzione al mondo della canzone popolare e d\'autore delle diverse epoche e provenienze. Per questo suo carattere aperto, non è identificabile con un gruppo musicale strutturato, in quanto utilizza nelle diverse produzioni le voci, gli strumenti, gli interessi più coerenti con il materiale proposto.



Gian Antonio Stella

Corriere della Sera 11 gennaio 2010

«Volevamo braccia, sono arrivati uomini», sospirò trent\'anni fa lo scrittore svizzero Max Frisch spiegando perché troppi connazionali fossero così ostili agli immigrati italiani contro cui avevano scatenato tre referendum. Ostilità antica. Anche i nostri nonni furono portati in salvo come i neri di Rosarno. Le autorità furono costrette a organizzare dei treni speciali per sottrarli nel 1896 al pogrom razzista scatenato dai bravi cittadini di Zurigo. E altri gendarmi e altri treni avevano sottratto i nostri nonni, tre anni prima, ad Aigues Mortes, alla furia assassina dei francesi che accusavano i nostri, a stragrande maggioranza «padani», di rubare loro il lavoro.L\'abbiamo già vissuta questa storia, dall\'altra parte. Basti ricordare, come fa Sandro Rinauro ne «Il cammino della speranza», che secondo il Ministero del Lavoro francese «alla fine del 1948 dei 15.000 italiani presenti nel dipartimento agricolo del Gers, ben il 95% era irregolare o clandestino». Come «irregolari» sono stati almeno quattro milioni di nostri emigrati. C\'è chi dirà: erano altri tempi e andavano dove c\'erano posto e lavoro per tutti! Falso. Perfino l\'immenso Canada, spiega Eugenio Balzan sul «Corriere» nel 1901, era pieno di disoccupati e a migliaia i nostri «s\'aggiravano in pieno inverno per Montréal stendendo le mani ai passanti». Tutto dimenticato, tutto rimosso. Basti leggere certi commenti, così ferocemente asettici, di questi giorni. «Chi non lavora, sciò!» Anche quelli che erano a Rosarno dopo aver perso per primi il lavoro nelle fabbriche del Nord consentendo un\'elasticità altrimenti più complicata e cercano di sopravvivere in attesa della ripresa? Sciò! Anche quelli che fanno lavori che i nostri ragazzi si rifiutano di fare? Sciò! Anche quelli che lavorano in nero per un euro l\'ora? Sciò!Mai come stavolta è chiaro come l\'abbinamento clandestino = spacciatore è spesso un\'indecente forzatura. A parte il fatto che moltissimi a Rosarno avevano il permesso di soggiorno, c\'è un solo spacciatore al mondo disposto a lavorare dall\'alba alla notte per 18 euro, ad accatastarsi al gelo senza acqua e luce tra l\'immondizia, a contendere gli avanzi ai topi? Dice il rapporto Onu 2009 che chi lascia l\'Africa per tentare la sorte in Occidente vede in media «un incremento pari a 15 volte nel reddito » e «una diminuzione pari a 16 volte nella mortalità infantile» dei figli. Questo è il punto. Certo, non possiamo accogliere tutti. Ma proprio per questo, davanti al dolore di tanti uomini, ci vuole misura nell\'usare le parole. Anche la parola «legalità». Tanto più che, ricordava ieri mattina «La Gazzetta del Sud», l\'Inps scheda come «braccianti agricoli metà dei disoccupati della Piana». Un andazzo comune a tutto il Sud: 26 falsi braccianti agricoli smascherati nel 2008 in Veneto, 146 in Lombardia, 26 mila in Campania, 14 mila in Sicilia, 16 mila in Puglia, 10 mila in Calabria. Dove secondo i giudici antimafia buona parte delle false cooperative agricole che poi magari usano i neri in nero sono legate alla \'ndrangheta. Dio sa come il nostro Paese abbia bisogno di rispetto della legge: ma quali sono le priorità della tolleranza zero?

Cantieri di pace e ogni giorno Vale

E\' inarrestabile l\'immigrazione. Non si può fermare l\' orda di uomini donne bambini, non hanno da voltarsi indietro perché dietro non hanno niente. Hanno davanti una speranza, misera perché dipende da noi. Meglio la nostra polizia, meglio i nostri lager di accoglienza, meglio la Libia, meglio annegare in mare, meglio partire che restare. Li respingiamo in nome della sicurezza con la stessa assuefatta ragione per cui facciamo guerre in nome della pace. Non difendiamo affatto la nostra sicurezza, difendiamo la nostra paura, difendiamo la nostra ipocrisia per non ricordare che anche per noi così è stato. E\' scomparsa la generazione dell\' Italia emigrante, chi è venuto dopo non sa o ha voluto dimenticare quando gli albanesi eravamo noi. L\' uomo che non impara dalla sua storia è capace di qualsiasi cosa, perché la sua memoria è breve. Eccoci a viaggiare invece in direzione ostinata e contraria a questo fronte di intolleranza che cresce nei consensi tra persone sempre più indifferenti, alimentato dall\' egoismo violento di questa società che accusa l\' altro pur di giustificare se stessa. \"Ama il prossimo tuo perché è come te stesso\", così è tradotto dall\' ebraico, lingua cancellata dal nazismo, il comandamento dell\' amore. Stanno tutte qui le nostre ragioni, sta tutta qui la risposta a chi ha dimenticato la storia, a chi ha cucito troppo in fretta la ferita del razzismo, perché è come me stesso chi lavora e scappa a nascondersi per 18 euro al giorno, per il nostro succo d\' arancia \"made in Italy\", di cui mi vergogno.





Questo è un comunicato stampa pubblicato il 19-01-2010 alle 10:37 sul giornale del 20 gennaio 2010 - 2293 letture

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