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Tombolini, un arbitro ''mondiale'' tra le colline di Filottrano

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Daniele Tombolini ha appeso al chiodo il fischietto di arbitro pochi mesi fa, lo scorso giugno, quando ha raggiunto il limite massimo di età consentito; subito dopo ha iniziato una “nuova carriera”, in collaborazione con la Rai, come commentatore delle più seguite trasmissioni di calcio, come “La domenica sportiva” e “Notti mondiali”. Calcio, ma non solo. Tombolini arricchisce la sua vita con molteplici interessi: vita in campagna, enologia, partite di ping-pong...

di Claudia Caprari
redazione@vivereosimo.it

Daniele Tombolini, professione arbitro, 45 anni, portati egregiamente, nativo di Loreto, vive con la sua famiglia a Filottrano, tra le colline che dividono la provincia di Ancona da Macerata.

Ha appeso al chiodo il fischietto di arbitro pochi mesi fa, lo scorso giugno, quando ha raggiunto il limite massimo di età consentito; subito dopo ha iniziato una “nuova carriera”, in collaborazione con la Rai, come commentatore delle più seguite trasmissioni di calcio, come “La domenica sportiva” e “Notti mondiali”.

Calcio, ma non solo. Tombolini arricchisce la sua vita con molteplici interessi: ha ad esempio una passione autentica per la vita in campagna; dimostra un grande amore per il vino, che lo ha portato a diventare enologo; mostra uno spirito giovane e curioso, con il quale affronta esperienze inedite, come quella di diventare testimonial di moda e modello per un giorno.

Tutto questo è Daniele Tombolini; ma cerchiamo di conoscerlo un po’ meglio e scoprire qualcosa in più…

Cominciamo con qualche domanda sulla professione:

Hai concluso la tua carriera di arbitro a giugno 2006, ma non hai abbandonato il mondo del calcio, passando dagli stadi, agli studi televisivi. Prima in campo, ora di fronte ad una telecamera il tuo compito è, in fondo, sempre lo stesso: offrire un giudizio professionale ed obiettivo, da una posizione privilegiata: quella di chi, come hai detto, ha tentato di “acquisire lo sguardo gelido del ralenty e l’occhio vitreo della moviola”.

L’uso della moviola e del ralenty è solo uno degli aspetti della mia professione, perché se fosse così limitato, sinceramente non mi sentirei neanche realizzato dal punto di vista professionale. Porto nella comunicazione sportiva quel bagaglio, che può essere ritenuto grande o piccolo, di esperienza consolidato in 27 anni di arbitraggio attivo, di cui 13 anni passati in serie A (152 partite).

Questo lo metto a disposizione perché oggi la comunicazione è fatta sempre di più dagli ex protagonisti di questo fenomeno che è il calcio, per cui la testimonianza diretta di chi è stato in campo, sia come arbitro, come calciatore, dirigente o allenatore, viene percepita più autorevole da chi ascolta.

Chiaramente questo comporta una grande responsabilità, perché un eventuale errore di valutazione non viene perdonato: mentre ad un giornalista che si occupa un po’ a 360° dell’argomento non viene richiesta l’assoluta rispondenza, proprio perché non ha fatto questa esperienza diretta, uno che c’è stato in mezzo…

Mentre arbitravo, pensavo che questo tipo di professione fosse un po’ più semplice, perché credevo che guardare una partita dalla tv fosse semplice. Il problema invece è che intanto mi ritrovo a guardare dieci partite contemporaneamente, quando in campo a volte facevo difficoltà a seguirne una, la mia, quindi, paradossalmente le difficoltà sono cresciute.

E poi soprattutto ho scoperto che il regolamento del calcio mi fa più comodo adesso, mi è più indispensabile adesso che prima, perché prima avevo i miei casi da dirimere da un punto di vista regolamentare; adesso ne ho una miriade, perché l’occhio vaga su tante altre situazioni.

In quale contesto ti senti più a tuo agio e quale, di conseguenza, preferisci?

Per natura non sono mai portato a guardare indietro e ad invidiare qualcosa di quello che ho fatto nel passato, questo vale per lo sport, per l’arbitraggio e per i miei anni di vita, perciò non vorrei mai tornare a quando avevo 20 anni o 30 anni, sto bene così, son fatto così per natura.

Non vorrei tornare indietro ad arbitrare perché è stata una mia esperienza, positiva, però piena di tante di difficoltà. Adesso sono dedito a quest’altra attività, che faccio con entusiasmo e concentrazione, senza però anche qui buttarmi a capofitto, perché un’altra mia caratteristica è quella di non darsi mai al 100% in un’attività.

Considero questa esperienza come un mattone in tante altre situazioni per me importanti, come sono la famiglia, lo svago, l’hobby; mi piace non il solo il calcio, il calcio è il mio lavoro; faccio l’enologo, ad esempio, mi interesso di altre tante situazioni, quindi non sono al 100% dedito al calcio.

L’arbitro spesso assume un ruolo che va al di là dei suoi compiti e della sua professione: viene concepito come una sorta di artefice o diventa un capro espiatorio, il quale decreta, esclusivamente sulla base delle sue decisioni, l’esito della partita. Un fallo non segnalato, un rigore non assegnato o al contrario una simulazione presa per vera, può scatenare le ire dei giocatori, degli allenatori e dei tifosi. Hai mai avuto l’impressione di sentirti troppo pressato dalle critiche e dai giudizi provocati da un tuo arbitraggio e quindi hai mai pensato che fosse un lavoro psicologicamente oppressivo, da abbandonare?

Prima di fare l’arbitro giocavo a calcio e quindi anche io ero uno di quelli che andava cercando sempre un motivo per non riconoscere di aver perso per i propri limiti. Ho iniziato a fare l’arbitro conoscendo questa realtà e anche accettandola; secondo me fa parte dell’immaginario ormai popolare vedere nell’arbitro una valvola di sfogo, un motivo per discutere, e questo va accettato, finché rimane entro certi limiti.

Quando arbitravo non è che me ne facessi un problema: un arbitro non può fare questa attività se poi si ritrova ad essere suscettibile a qualsiasi critica; da sempre chi decide accontenta qualcuno e scontenta un altro: questo succede non solo nei campi di calcio, ma succede ad un professore quando deve bocciare un alunno, succede al giudice, perché la vita è sempre una scelta e quando la si fa si rinuncia a qualcosa a favore di un’altra.

Il fatto che l’arbitro venga preso come alibi non mi ha fatto tanto soffrire, anzi, mi ha confortato: a volte quando ci sono state critiche pesanti e feroci, le ho considerate come qualcosa di non proprio meritato, mi sono sentito anche io vittima di questo discorso e quindi indirettamente anche un po’ sgravato di responsabilità; mentre invece se ti senti il peso di tutto perché consideri che quello che dicono di te non ha nessuna origine di pregiudizio, allora senti che se sei criticato è perché te lo meriti.

Premettendo che l’argomento è complesso e delicato, cosa secondo te è veramente cambiato nel mondo del calcio a distanza di circa un anno dal terremoto giudiziario e mediatico che è stato “Calciopoli”? Credi che il bisogno di giustizia di coloro che, almeno in modo indiretto, sono stati lesi, sia stato appagato?

Si chiede al calcio di avere una velocità, una trasparenza, di avere una serietà ancora maggiore di quello che è riscontrabile nella società, ma questo purtroppo è una pretesa assurda, perché il calcio è lo specchio, forse più impietoso, di quello che succede nella società, per cui se la giustizia nella società è lenta, perché deve tener conto dei diritti di tutti, anche nel calcio non si può arrivare a giudicare in maniera sommaria sulla base di cose che devono essere accertate; quindi è comprensibile che i tifosi, o gli stessi addetti ai lavori in qualche maniera possono ritenersi scontenti.

Credo però che il principio comune per la giurisprudenza civile, cioè quello di considerare sempre la presunzione di innocenza, debba valere anche per il calcio, per cui, a costo di essere impopolare -però è una realtà ed è quello che penso- finché non c’è un giudizio pronunciato, nessuno si può arrogare il diritto di denigrare, di sparlare e di dare giudizi definitivi per chi è coinvolto in qualche maniera.

Però, ripeto, è sbagliato pensare che il calcio sia la parte più marcia, più malata della società, perché gioca a calcio un ragazzo che è stato a scuola e poi in famiglia, perciò arriva al calcio non per caso, ma dopo una serie di input educativi che magari potrebbero essere anche sbagliati. Arrivano al calcio i tifosi che prima di entrare allo stadio frequentano certi tipi di ambienti sociali che sono degradati, per cui chi vive in un ambiente degradato non è che arriva allo stadio e diventa un gentleman: lo stadio acuisce tutto il disagio sociale.

Non vorrei essere qualunquista, però vorrei dare un merito al calcio, quello di fare da cartina di tornasole chiara ed evidente, perché gli eventuali danni non vengono nascosti, per cui se c’è la violenza in una città, magari è qualcosa che succede nel sottobosco, di notte; invece nello stadio se c’è violenza viene subito evidenziata e ci si allarma.

Tu che sei dentro l’ambiente, che sei a contatto e magari conosci personalmente i dirigenti, i presidenti, senti che la questione è ancora forte, o come capita spesso, si tratta di un evento di cui si parla fin tanto che i media lo passano continuamente, o è una situazione che è ormai andata scemando?

Non sono d’accordo con chi dice che è stato dato un colpo di spugna, che è già dimenticato, assolutamente. Le conseguenze sono riscontrabili in tutti i campionati, con squadre penalizzate, tifoserie che si sono divise: ci sono stati dei cambiamenti. Pretendere delle pene esemplari, non so cosa ci possa essere di più nel settore sportivo di peggio delle penalizzazioni…non so, la fucilazione!

Credo che in una società dove il garantismo è abbastanza diffuso, per cui c’è gente che ci lamentiamo non venga giudicata dopo aver fatto dei reati pesanti, poi magari nel calcio vogliamo chissachè. Io direi che non è stato dimenticato nulla perché gli effetti ci sono ancora in questo campionato.

Parlando d’altro…Oggi a Roma ( per le trasmissioni relative alla Champions League e per “Novantesimo minuto”) e a Milano ( per “La domenica sportiva”) e negli anni passati in giro per gli stadi italiani: la tua professione ti ha portato ad effettuare spostamenti continui, così da renderti pendolare del lavoro. Come vivi questa situazione?

Questa duplice posizione crea degli spostamenti e una logistica abbastanza difficile, tanto che qualcuno dice “tanto Tombolini vive a Roma, vive a Milano…”.

No, no io vivo ben radicato nel territorio dove ho scelto di vivere, e cioè a Filottrano, nelle Marche e ho sempre detto che preferirei cambiare mestiere se fossi costretto a trasferirmi da un territorio a cui sono legato: piuttosto che trasferirmi preferirei fare tutt’altra cosa.

Dunque non hai rimorsi per la tua scelta di risiedere nella tua regione di origine e di vivere in campagna, quindi lontano da tutte le comodità che un grande centro può offrire?

No, perché privilegio la qualità rispetto alla quantità, per cui se sto due giorni a casa cerco di farli valere per sette giorni; una persona comune magari non vivendo la privazione, li vive in maniera quasi scontata, senza intensità. Invece questo mio desiderio di andare e tornare, perché faccio il possibile per limitare al massimo i miei soggiorni fuori, mi dà la possibilità di rendere più intense le giornate che trascorro nelle Marche.

Passando alla sfera privata…A proposito di Marche, poco fa hai citato Filottrano, il paese in cui vivi. Sul tuo sito non compare, ma non credo che questo risponda ad una questione di segretezza, anche perché ricordo che in una puntata di “Notti mondiali” (trasmissione televisiva che seguiva i mondiali di calcio), hai salutato Filottrano e i suoi cittadini, su invito di Marco Mazzocchi, se non sbaglio. C’è stato un motivo in particolare che ha portato te e la tua famiglia a scegliere Filottrano come paese di residenza?

Nel sito non compare perché non mi piaceva mettere la biografia; quelle informazioni mi sembravano abbastanza marginali. Per quanto riguarda il fatto di vivere a Filottrano, non lo nascondo mai, anzi appena capita, come è capitato a “Notti mondiali”, lo tiro fuori molto volentieri; con Marco Mazzocchi era nata questa gag dei maxi schermi da mettere nelle città, ed era uscito fuori Filottrano.

Devo dire però che questo mi ha creato qualche frizione coi miei ex-concittadini di Loreto (città natale di Tombolini) perché, per un campanilismo tipicamente marchigiano, che comunque fa parte anche un po’ del folklore, mi chiedono il perché di quella mia citazione.

Anche negli interventi sui giornali non disconosco nulla, non voglio passare né da milanese, né da romano, o da anconetano perché è il mio capoluogo di regione: come ho detto sono legato al luogo in cui vivo.

Sette anni fa per scelta sono venuto a Filottrano e vorrei dire che paradossalmente dimostro più attaccamento, sono più innamorato io di Filottrano di un filottranese, perché quando qualcuno ci nasce in un posto è tutto scontato, perché ci nasce casualmente, mentre io ho cercato e scelto questo posto.

La scelta non è casuale: stando a Loreto non conoscevo niente e non ero mai stato a Filottrano, se non per il solito motivo delle spese di abbigliamento. Poi invece mi ha incuriosito, mi ha intrigato questo fatto di questa città che sembra isolata, perché parliamoci chiaro, dal punto di vista stradale è un po’ fuori mano, quindi è fuori dai contatti, per quanto riguarda la costa e con la stessa Ancona è distaccata sempre per motivi stradali.

Questo limite, dato dalla difficoltà di raggiungimento, dal mio punto di vista è un pregio, perché i collegamenti con le città è vero che portano commercio, comunicazione, probabilmente benessere, però portano anche il rischio di perdere le origini vere della città, del piacere di fare città fatta dai cittadini che abitano nel posto: il negozio ad esempio qui vive della clientela locale e quindi è costretto giorno per giorno ad essere cortese, ad avere una qualità altissima, mentre in punto di passaggio se io sono scontento del servizio non fa niente perché scelgo un altro.

L’originalità di questa città mi ha affascinato e non nascondo che a colpirmi è stato soprattutto il fascino del territorio vastissimo attorno a Filottrano, con questa campagna ancora integra e che speriamo rimanga integra, e qui colgo l’occasione per far riferimento al rischio discarica…

Anticipi così l’argomento di questa prossima domanda: parlando di Filottrano, c’è una questione di cui si discute spesso, da anno a questa parte: mi riferisco al progetto relativo alla creazione di un centro di raccolta rifiuti. La tua abitazione si trova in una zona purtroppo non lontana dal sito individuato per la creazione della discarica, quindi per te il problema diventa, se possibile, ancora più pressante. Come vivi questa situazione?

Inizialmente la vivevo male perché avevo il timore che fosse un problema di poche persone, cioè che il tessuto cittadino si sentisse in qualche maniera deresponsabilizzato, quasi disinteressato al problema e che rimanessimo, noi diretti interessati, un po’ abbandonati.

Invece devo dire che mi sono rincuorato ed ho toccato con mano l’interesse, a partire dal sindaco, dalla maggioranza e opposizione, insomma di tutti; indistintamente, in maniera trasversale senza distinzioni politiche hanno capito che questo rischio porterebbe non un problema singolo a chi vive in quella zona, ma soprattutto a chi ha delle attività, perché porterebbe ad un degrado, ad una svalutazione di quelli che sono anche i capitali immobiliari.

Per non parlare del turismo, perché Filottrano ha una prospettiva grandissima dal punto di vista del turismo, perché rimanendo un po’ isolata ha mantenuto delle caratteristiche che oggi sono vincenti.

Ecco che si rischia che questo “capitale” conservato vada perso, ma sono fiducioso che si arriverà ad una soluzione diversa e quindi sono impegnato come tanti per un confronto civile, ma anche abbastanza duro e determinato per evitare questa possibilità.

Sul tuo sito ( www.danieletombolini.com ) si possono trovare alcune curiosità sul “Tombolini uomo” e in particolare sui tuoi interessi e passioni. Citando le tue parole, le persone che ti conoscono bene sanno che da buon marchigiano adori il vino di visciola e che custodisci una tua ricetta personale. Ma della produzione del liquore, di cui ogni anno fai dono agli amici più intimi, te ne occupi tu stesso?

Innanzitutto si tratta anche di professione, perché seguo l’evoluzione del vino anche dal punto di vista tecnico. Il padre di mia moglie ha degli alberi antichi di visciole, che sarebbero le ciliegie selvatiche, ed è nata questa, chiamiamola joint-venture produttiva tra me e lui e ormai da dieci anni produciamo pochissime bottiglie, personalizzate con la dedica, che ci divertiamo a regalare agli amici.

Cosa di cui sono geloso è appunto la ricetta, che non è per niente scontata, tanto che molti colleghi enologi mi fanno la corte per questo, ma è un po’ come l’uovo di colombo, che chiaramente non posso svelare qui!

Tra le foto visibili sul sito che ti ritraggono con volti noti dello sport, e non, c’è anche il ciclista Michele Scarponi, anche lui cittadino filottranese. La tua amicizia con Scarponi è motivata dal fatto di essere concittadini, o nasce sulla base di un amore che vi accomuna, quello per lo sport?

Per tanto tempo ci siamo sfiorati, io sapevo di lui e lui sapeva di me; forse per pudore o per difficoltà di contatto, ci siamo incrociati in maniera molto distaccata perché non ci conoscevamo. Poi invece è stata questa triste, o magari felice perché finirà bene, vicenda della discarica che ci ha unito: ci siamo ritrovati insieme ad una riunione alla Provincia e da lì è nata un’amicizia, che io gli testimonio in ogni frangente, a lui, alla moglie.

Abbiamo poi scoperto una passione in comune e lui, forse perché è molto più giovane di me, ha scoperto in me uno spirito da Peter Pan, brillante, disponibile allo scherzo; quindi per lui sarò stato una scoperta. E poi soprattutto, come si può vedere dalla foto, ci unisce la passione per un altro sport, “alternativo”, che è il ping-pong.

Facciamo delle sfide tremende quando lui ha tempo e quando io ho tempo; ogni tanto ci ritroviamo in un locale, lontani da occhi indiscreti e facciamo delle sedute di due, tre, quattro ore di fila, magari una volta al mese e ci facciamo questa “scorpacciata”.

Il vincolo con la tua terra di nascita sembra chiaro e indiscutibile anche nel caso delle tue esperienze come testimonial di moda: mi riferisco alla tua collaborazione con il brand Bikkemberg e con l’azienda Lardini (azienda di abbigliamento di Filottrano), entrambe esponenti di spicco del made in Marche. Scegliere te è stato casuale, oppure rispondeva all’intento di accostare ad un prodotto marchigiano, un volto famoso marchigiano, il tuo appunto?

La scelta è stata fatta da loro e il primo ad avere questa idea è stato Dirk Bikkemberg, che mi ha chiamato, proponendomi di fare da testimonial per una campagna pubblicitaria. Io a tutto pensavo tranne che di essere interpellato da qualcuno che si occupasse di moda, al che ho chiesto subito che cosa potessi c’entrare io, che non sono un modello, che penso di essere una persona normale.

Mentre parlavo mi ha interrotto proprio dicendo che gli interessava di me il fatto di essere una persona normale, che fa un lavoro in un mondo un po’ “schizzato”, un po’ sopra le righe, e invece ho la faccia di uno che fa un lavoro normale, non sembro stressato, ma sempre sorridente.

Ho accettato perché per me era un’altra esperienza e dopo le prime uscite in qualche giornale mi ha proposto addirittura di sfilare a Milano Moda: non ci volevo credere e soprattutto non ci voleva credere chi mi conosce bene, a casa, gli amici, perché sapevano che per la moda non sono particolarmente fissato, sembrava un paradosso.

Ricordo ancora con terrore quei cambi d’abito da fare in 50 secondi, partendo dalla cravatta fino alle scarpe, con tre uscite consecutive; insomma è stata una bella esperienza.

E poi è nata invece quella con Lardini, per un motivo di conoscenza diretta, di stima reciproca, di affetto che ci lega; soprattutto, se posso dirlo, c’è un apprezzamento mio per la qualità delle cose che fanno, per cui mi capita spesso, con i miei colleghi in tv, di essere fermato per dirmi “bella questa giacca, ma chi la fa?” : è qualcosa di apprezzato. Io sono lusingato, perché questo è un marchio locale e rappresenta anche delle persone che stimo, quindi è il massimo della soddisfazione personale.

Un’ultima domanda…qual è la soddisfazione più grande che fino ad oggi hai potuto realizzare?

La soddisfazione più grande che ho avuto sinora, e parlo chiaramente dell’aspetto professionale, è non tanto quella di aver arbitrato delle belle partite, aver arbitrato i derby, essere stato 13 anni in serie A, quanto quella di aver finito questa avventura in maniera dignitosa, piacevole, in modo da poter trasferire questa mia immagine in un altro settore, come quello della comunicazione.

Tutto sommato non è difficile arrivare in cima ad un obiettivo, ma è molto più difficile mantenersi e finire bene, perché è inutile che in una corsa fai l’esploit, vinci il traguardo della montagna e poi quando arrivi sotto lo striscione ti trovi sfinito e non ce la fai a fare qualcos’altro.

Quindi ho finito questa attività di arbitro con la soddisfazione di arrivare al massimo dell’età consentita, obiettivo ambito da tutti e anche difficilmente raggiungibile.

Poi, poter trasferire un’immagine, che tutto sommato mi viene da dire positiva, nel settore della comunicazione, un’immagine, quella di arbitro, che come dicevi all’inizio, evoca il capro espiatorio; questa secondo me è una sfida vinta, perché parlare di fronte a milioni di persone quando sei in tv e almeno augurarsi che sei gradito, mi da’ soddisfazione.

E un progetto per il futuro?

Non lo so, perché quello che farò da grande è presto per deciderlo!

Un’ultima curiosità…magari non hai ancora avuto il tempo necessario per “apprendere” la cadenza tipica filottranese, ma ti chiedo ugualmente se ti è capitato che qualcuno, tra i tuoi colleghi, abbia notato una flessione filottranese?

Chi mi segue subito ha notato una cadenza marchigiana, ma magari non riesce a distinguerla tra filottranese, loretano, anconetano; comunque un minimo di cadenza ce l’ho.

Il fatto però di aver girato parecchio l’Italia e di aver vissuto anche in Toscana, quando ero in ritiro a Coverciano, per cui il continuo cambiamento di ambienti ha portato anche a dei cambiamenti nella cadenza.

Magari per essere più integrato qua a Filottrano, sono anche disponibile a prendere qualche lezione da qualche filottranese!






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Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 31 marzo 2007 - 5288 letture