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Dopo che la Sindone venne sistemata (1 giugno 1694) nella sua Cappella, a ridosso del duomo di Torino, fu necessario un intervento di assestamento del Prezioso Lino. Agì a tale scopo il presbitero piemontese, e futuro beato, Sebastiano Valfré, il quale non mancò di commuoversi durante i suoi lavori, fino a gocciolare lacrime sopra la Sacra Reliquia.





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Buon anno! Il lettore certamente non si meraviglierà di questa esternazione: oggi siamo, infatti, all’inizio del nuovo anno liturgico. La prima domenica del tempo forte di Avvento, invero, designa tanto il principio del cammino verso il Natale, quanto il cominciamento della lettura di un “nuovo” Vangelo, il quale si porrà da guida per i mesi a venire: da Luca (anno C) ri-passiamo a Matteo (anno A).




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La domenica che viviamo, celebra la Solennità di CRISTO RE DELL’UNIVERSO. Ma chi è questo Re dell’Universo. La Liturgia, nell’officiare tale festività, ci presenta un brano tratto dal capitolo 23 secondo Luca, conducendoci direttamente ai piedi della Croce, “sul luogo chiamato Cranio” (Lc 23, 33).







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Chissà come commenterebbe la nostra società “politicamente corretta” l’estratto evangelico proposto quest’oggi dalla sacra liturgia: la Chiesa che propaga la prepotenza dell’uomo sulla donna; il prete che predica la sottomissione della donna dinanzi all’egoismo dell’uomo; il Vangelo che descrive la donna come una detestabile divoratrice d’uomini; i Testi Sacri che rappresentano la donna come l’unica colpevole della mancata discendenza dell’uomo.


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Il 9 ottobre 1578 il cardinale Carlo Borromeo, alla guida di quattordici pellegrini partiti da Milano, giunse a Torino per venerare la Sindone. Il futuro santo poté contemplare il Venerato Lenzuolo sia in privato che in Piazza Castello, dinanzi a migliaia e migliaia di fedeli. Al cospetto del Sacro Telo vennero celebrate messe, proclamate omelie e praticata la pia devozione delle Quarant’Ore.



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C’era una volta, nell’antica Grecia, una classe di professionisti, che aveva come mestiere quello di denunziare chi esportava fichi di contrabbando dall’Attica. Esportare i fichi, infatti, cagionava la sottrazione dell’alimento principale per la gente più povera, e per questo era un'attività vietata dalle normative che regolavano gli approvvigionamenti e le derrate alimentari dello stato.


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Terminata la peste a Milano, iniziata nel 1576, il cardinale Carlo Borromeo, poiché aveva fatto voto di recarsi a venerare la Sindone qualora il morbo fosse cessato, non esitò ad adempiere alla sua promessa. Partito dal capoluogo lombardo il 6 ottobre 1578, dopo quattro giorni di digiuni, preghiere, silenzi e meditazioni, giunse a Torino accompagnato da altri quattordici pellegrini.


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La Parrocchia san Giovanni Battista in Passatempo di Osimo (AN) e il blog di cultura e religione cattolica unaMinoranzaCreativa hanno organizzato per sabato 30 novembre 2019 ore 16,00 un incontro gratuito di approfondimento storico, scientifico e religioso dal tema “Sindone e Santa Casa“.


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LIBRO VII CAPITOLO III: La prima persona che al mattino seguente varcò la porta della città fu Amrah, col suo cesto al braccio. Camminava in fretta e parlava da sola, agitatissima. Sul fianco del monte degli Ulivi, il cui verde era ancora scuro nell’alba grigiastra, era disseminato di bianche tende che i pellegrini di Pasqua avevano innalzate.


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Nel 1576 la peste invase e travolse Milano, minacciando tutta l’area del nord Italia. Anche la zona attigua a Chambéry era a rischio; tuttavia i cittadini della capitale del ducato dei Savoia erano rassicurati dal fatto che la loro Santa Reliquia, la Sindone, avrebbe tenuto lontano qualsiasi disastro.


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L’odore di ulivo raccolto che pervade le campagne, rende gradevolmente piccante la nebulosa aria autunnale. I campi brulicano di operai, frenetici per la fretta di concludere il lavoro, temendo la variabilità delle condizioni atmosferiche, ma euforici per la gioia di riempire, anche in quest’anno, le proprie dispense con la preziosa spremitura. I frantoi, aperti giorno e notte, odorano di dolcezza: suscita una sconcertante meraviglia contemplare come l’amarezza di un acino produca il più soave tra i sapori solo dopo essere stato pestato da una macina.


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LIBRO VII CAPITOLO I: Si era a Gerusalemme, nel padiglione aperto sovrastante alla terrazza del palazzo di Ben Hur, il 21 Marzo, tre anni dopo l’annunciazione di Cristo a Bethabara. Riscattata per cura di Malluch e rimessa a posto da Ben Hur, la casa aveva ritrovato le sue raffinatezza, il lusso della magnificenza d’un tempo; ma il suo padrone vi compariva raramente.


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Nel pieno della stagione autunnale, in cammino verso la chiusura dell’anno liturgico, siamo oramai in procinto di celebrare la Solennità di Ognissanti e la Commemorazione dei Defunti. Il lettore ipotizzerà, in base all’overture appena letta, che il tema trattato sarà la solita ramanzina su Halloween, che di questi tempi ogni buon cattolico propone.




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Ai più tenaci basta il maglione di giorno ed il pigiama felpato di notte, ma chi proprio il freddo non lo sopporta avrà già acceso i termosifoni. Ma perché non è sempre estate? Quante volte ci siamo fatti questa domanda, pur sapendo quale non-senso si celi in essa: già Eraclito, fin dal VI secolo a.C., ci avrebbe risposto che se l’estate esiste è perché esiste il suo contrario; gli avrebbe fatto poi eco Parmenide, affermando come il freddo sia necessario quanto il caldo, e come l’alternarsi delle stagioni sia una regola naturale immutabile…o forse no?



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LIBRO VI CAPITOLO V: Quel mattino – il settimo del mese di Tishri – Ben Hur lasciò il suo letto del Khan, maledicendo la vita intera. Subito dopo, l’arrivo di Malluch, aveva messo alla prova la devozione di lui. Come Amrah, anche Malluch seppe (ma questa volta dalla bocca stessa del tribuno di servizio alla torre Antonia) la tragica scoperta delle due donne.



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Nell’anno 1453 i Savoia acquisirono la Sindone e accolsero la Reliquia col massimo degli onori: fecero battere moneta e coniare una medaglia in onore del Sacro Lino. Pur se la transazione tra Margherita de Charny e il duca Ludovico avvenne con la massima discrezione, i canonici di Lirey vennero a conoscenza del fatto che la Sindone era giunta in mano ai Savoia.







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Nella prima lettura che abbiamo ascoltato la settimana scorsa, il Signore si rivolgeva a Mosè dicendo: “…ecco, è un popolo dalla dura cervìce” (Es 32, 9). Insistendo quest’oggi a narrare un’altra parabola, dopo l’abbuffata del capitolo precedente (Lc 15, 1-32), si diverte lo scrittore ad immaginare che Gesù, dinanzi ai suoi discepoli, pensava la stessa cosa che Adonai manifestò a Mosè, ma con molta delicatezza, al contrario dell’episodio veterotestamentario, avrà tenuto a freno la propria delusione, non esplicitando la sua amarezza, ma continuando a prodigare pazientemente il suo insegnamento con un ulteriore racconto.