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Sua Ecc. Mons. Angelo Spina Arivescovo Metropolitano dell’Arcidiocesi Ancona-Osimo ha scritto una lettera ai sacerdoti, religiosi, diaconi, religiose e fedeli laici per esprimere soddisfazione per il protocollo firmato dal cardinale Bassetti, presidente della CEI, dal premier Conte e dal ministro dell’Interno, Lamorgese che prevede, a partire dal prossimo 18 maggio, che i fedeli potranno tornare in chiesa per le celebrazioni liturgiche. Al contempo invita tutti alla scrupolosa osservanza delle norme previste dalle autorità preposte che sono riportate nel documento pubblicato sul sito diocesano.


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Ebbene sì: questa domenica saremmo veramente tentati di non scrivere alcunché, data la difficoltà del contenuto dell’estratto evangelico odierno. E siccome la comprensione risulta quanto mai difficoltosa (a meno che il tutto venga ridotto alla consueta e semplicistica predica), l’unica cosa da fare sarebbe quella di abbandonarsi, remissivi, all’indicazione del Maestro: «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me» (Gv 14, 1).



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Al cospetto del facilissimo(?) Vangelo odierno (I due discepoli sulla strada per Emmaus), che tutti conosciamo, e su cui non c’è poi così tanto da dire(?), se non che Gesù si è manifestato in un’altra delle sue (quasi burlesche – cf. Gv 20, 14-17) apparizioni post-Risurrezione, vorremmo complicare la questione e scovare una sottigliezza alquanto nascosta (più che per mezzo delle apparizioni, il Signore si diverte con noi attraverso i dettagli della Parola di Dio).


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Questa domenica, invece di affrontare, come usualmente ci appartiene, l’analisi di un termine estratto dalla Parola di Dio, poniamo l’attenzione su un’espressione contenuta in un versetto, nello specifico Gv 20, 27: «Poi disse a Tommaso: "Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!».



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Anche quest’oggi (così come fatto la settimana passata - cf. FISSARONO), evocando l’intervento parallelo dello scorso anno (cf. SEPOLCRO LINK), siamo ad esplodere di gioia immensa, proclamando fortemente e consapevolmente Khristós anésti - alithós anésti CRISTO È RISORTO - È VERAMENTE RISORTO E come per l’anno scorso, la Liturgia ci propone, per la mattina della domenica di Pasqua, la lettura di Gv 20, 1-9.



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Cari amici, in questi giorni di dura prova a causa dei contagi da Covid-19 veniamo tutti invitati a restare a casa. Voi medici, operatori sanitari e infermieri e tanti altri avete per casa le corsie degli ospedali, i reparti di terapia intensiva, dove affrontate in prima linea il nemico che silenziosamente minaccia la vita delle persone. In questa trincea rischiate di ammalarvi, mettete a rischio la vostra vita per salvare quella degli altri e vi prodigate per aiutare e assistere quanti sono colpiti dal coronavirus, che sono affidati a voi, lontani dai loro cari. Trascorrete giorni e notti in ospedali e cliniche, dove è ininterrotto il flusso di pazienti in attesa di cure.


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“Il tempo del coronavirus è per tutti un lungo “venerdì santo” vissuto con profonda sofferenza – ha scritto sua ecc. mons. Angelo Spina nel messaggio per la Pasqua del 2020. - Sofferenza per i malati, per i morti, per i loro familiari, per la terribile prova a cui sono sottoposti i medici, i paramedici, sofferenza per la prova che tutto il Paese sta vivendo.






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Continuando a partecipare del digiuno più atroce, ovvero quello dal Pane e dall’Acqua di Vita (da osservare come il «nostro» digiuno preveda di consumare proprio i soli pane e acqua, mentre in questa difficile Quaresima, ciò di cui siamo privati è proprio il Pane e l’Acqua Viva), questa domenica continuiamo a proclamare un altro estratto secondo Giovanni, che poi tanto «estratto» non è, in quanto si tratta dell’intero capitolo 9.






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Un messaggio rivolto ai cittadini osimani, quello pubblicato sulla bacheca social di Energia Nuova Osimo, nella serata di mercoledì, che scrive: "Sono momenti difficili per tutta la nostra comunità.




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Questa domenica continuiamo e terminiamo il capitolo 5 secondo Matteo. Come l’appuntamento scorso abbiamo preso in esame, in maniera approfondita, l’ultimo versetto che la Liturgia ci proponeva (Mt 5, 37), anche oggi gradiremmo trarre spunto dalla riga finale della pericope che abbiamo dinanzi: «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5, 48).


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Non appena il messaggero inviato dall’emiro di Edessa giunse al cospetto del califfo di Bagdad, quest’ultimo convocò immediatamente i suoi saggi e consiglieri per elaborare la decisione da prendere: accettare lo scambio proposto dai Bizantini, ovvero il rilascio di duecento prigionieri e la consegna di dodicimila pezzi d’argento, a fronte della cessione del «fazzoletto» del profeta Gesù, oppure venire allo scontro, lasciando integri e incorrotti l’orgoglio e la dignità musulmana?



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Dopo che la Sindone fu «svuotata» nel Sepolcro, cosa le accadde? Quali furono le vicende che coinvolsero il Venerato Lino, tra il I secolo d.C. e il XIV secolo d.C.? A partire dalla seconda metà del ‘300, infatti, il Sacro Telo risulta nel possesso di Geoffroy I de Charny, un eroico cavaliere francese che aveva il suo feudo a Lirey, nella diocesi di Troyes.


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Rientrati nei ranghi, ovvero essendo ritornati al Vangelo secondo Matteo (siamo nell’anno A), dopo che la scorsa settimana eravamo stati accompagnati dall’evangelista Luca, la Liturgia di questa domenica ci porta al capitolo 5 dello scritto matteano, che semplicisticamente si denomina «capitolo delle Beatitudini», proclamate nel cosiddetto «Discorso della Montagna».


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Le letture evangeliche domenicali, ultimamente ci stanno facendo rimbalzare di continuo: una volta siamo in Giudea, la volta dopo in Galilea; Gesù non ha fatto in tempo a nascere, che è già adulto e sta dinanzi al Battista a chiedergli il battesimo, ed oggi è tornato ancora neonato; liturgicamente siamo nell’anno A (ovvero il Vangelo «guida» è quello secondo Matteo), ma due domeniche fa abbiamo letto o ascoltato Giovanni, e oggi siamo al cospetto di Luca.





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Nel pieno del periodo natalizio, la Liturgia ci propone il prologo del Vangelo secondo Giovanni. Siamo dinanzi ad un brano così aulico che, per commentarlo, non basterebbe un’intera vita (cfr. Gv 21, 25); eppure, allo stesso tempo, esso è talmente ineffabile, che qualsiasi chiosa, sia essa interpretativa o esplicativa, risulterebbe inconsistente e vana.