Una Minoranza Creativa: "(indurì il) VOLTO". Domenica 30 giugno, XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (Lc 9,51-62)

4' di lettura 01/07/2019 - Cristo è risorto ed è vivo tra noi, ed anche il verde del tempo ordinario non manca di celebrare la costante gioia della Chiesa. Accanto ai tempi forti e alle Solennità, la liturgia propone l’ “ordinarietà” della Parola di Dio, che non è contenuto superfluo o di secondo piano: nostro Signore si è fatto pane quotidiano, e non lo si incontra esclusivamente in giacca e cravatta a Pasqua o a Natale, ma Egli accompagna il papà in tuta da lavoro, accende i fornelli in cucina assieme alla mamma, calza gli scarpini da gioco assieme ai figliuoli e riposa assieme ai nonni in questi caldi pomeriggi estivi. Possa lo Spirito accompagnare lo scrivente e accarezzare il lettore.

Il Vangelo di questa domenica ci presenta uno scenario che potremmo definire risoluto. Certamente perplessità ed incomprensione di contenuto sovvengono spontaneamente al cospetto degli interventi di Gesù.

Volendo, questa volta, lasciar parlare schiettamente la Scrittura, non ci opponiamo all’emotività scandalizzata con la quale si potrebbe vivere l’ascolto della Parola di Dio, ma vogliamo tingerla con qualche tratto che la determini.

Come capita non di rado, la parola che viene estratta dalla pericope in esame non è presente nella lettura proclamata: questo perché spesso la gradevolezza della resa in traduzione prevale sulla originalità del testo. Il celebrante leggerà: “Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme”, ma è opportuno intendere: “Egli indurì (estèrisen) il suo volto (pròsopon) per andare a Gerusalemme”.

Le parole in rilievo, da come si può intuire, sono due, ovvero INDURÌ e VOLTO, ma la prosecuzione della lettura ci offre l’occasione di focalizzare la seconda: “e mandò messaggeri davanti a sé”, ma l’originale è: “e mandò messaggeri davanti al suo volto (prosòpou)”.

Ed infine, i Samaritani “non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme”, mentre in originale è: “non lo ricevettero perché il suo volto (pròsopon) era diretto verso Gerusalemme”. Accanto al volto indurito di Gesù ruotano due soggettività: i messaggeri e i Samaritani.

Il Maestro, dopo aver assunto questo rigido aspetto invia messaggeri davanti, e questi ultimi si comportano come avrebbe fatto ciascuno di noi: lo stare davanti è acquisito subito come sinonimo di elezione ed essere eletti dal maestro dal volto indurito dà il diritto ad essere duri a propria volta.

Si sono uniformati, però, ai soli tratti esteriori di Gesù i quali immediatamente potevano apparire sinonimo di alterigia, alla stregua di un fiero condottiero che, diretto verso la sua capitale, si imbatte al cospetto degli avversi (e i Samaritani lo erano nei confronti degli Ebrei del Tempio).

A loro volta i Samaritani hanno avuto lo stesso approccio meramente esteriore dei messaggeri, ma dal lato opposto: il volto indurito del Rabbi e di coloro che gli stavano davanti altro non era che tracotanza di un nemico. E la situazione si inasprisce quando, di fronte alla mancata accoglienza di Gesù, due dei discepoli si arrogano il diritto di vita e di morte sui Samaritani invocando il cielo.

Ma Gesù “si voltò”, ovvero girò il suo volto e “epetìmesen”, che non è tanto “rimproverò”, quanto “offrì il valore che sta al di sopra”. Per comprendere quale sia il valore supremo del volto di Gesù, dobbiamo ritornare al principio del passo evangelico odierno e rifarci ad un altro verbo: “analambàno” e in tal caso la traduzione proclamata dal celebrante è perfetta: “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto (analèmpseos)”.

Gesù non indurisce il volto in quanto condottiero in alterigia, né in quanto tracotante nemico. Paralizzato è il volto di colui il quale va incontro all’elevazione sulla croce. Tuttavia Egli ci chiede di vivere il nostro rapporto con Lui non in maniera stereotipata (dal verbo greco “stereòo” da cui “estèrisen”), ma ci invita a camminare assieme “verso un altro villaggio”, quello di Dio, il quale comprende l’istinto, ma approva la volontà; non rinnega la sofferenza, ma loda la letizia; eleverà alle altezze della risurrezione (an-ìstemi) chi avrà accettato con abbandono di essere elevato in alto (ana-lambàno) sulla croce.

Non basta la fede superficiale del “Ti seguirò dovunque tu vada”: il capo di Gesù si riposerà solo sulla croce. Non la fede formale del “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”: essere per Cristo è prima il Regno di Dio, non prima il regno mio. Non la fede politically correct del “lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”: la scelta per nostro Signore Gesù Cristo è radicale e senza vergogna (Lc 9, 26).

(dal blog unaMinoranzaCreativa)






Questo è un articolo pubblicato il 01-07-2019 alle 09:58 sul giornale del 30 giugno 2019 - 77 letture

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