Una Minoranzacreativa: "la parola chiave che vogliamo evidenziare è MIE"

4' di lettura 11/05/2019 - Il vangelo che viene proclamato questa domenica è tratto dal capitolo 10 secondo Giovanni (Gv 10,27-30). Questo capitolo si trova al centro dell’intera narrazione evangelica e, come avviene in ambito geometrico, la centralità reca in sé la convergenza di ciò che sta attorno.

Data la menzionata geometria, lasciamo che questa continui ad aiutarci. Nell’estratto giovanneo si trovano tre figure protagoniste: pecore; Io; Padre. Il fondale, al cui cospetto ci troviamo, è circolare. Il fulcro è “Io”. Le dinamiche che agiscono sono centripete e centrifughe. Tuttavia il termine della pericope trova progressivamente un nuovo equilibrio.

Le figure da 3 si riducono a 2. Il fondale diventa tetragono. Il centro si fa apice. La forza è direzionale. Data questa premessa geometrico-aritmetica, occorre farne un’altra esegetica. I vangeli pur essendo scritti in greco, sono di impasto semitico, trasudano ebraico-aramaico.

Per gli ebrei il nome di Dio lo si trovava nelle Scritture e nei Libri (YHWH), ma non si poteva pronunciare (al cospetto del tetragramma si pronunciava “Adonai” ovvero “Signore”). Pur non essendo pienamente definito il senso del tetragramma YHWH, di certo il nome di Dio è quello espresso nel libro dell’Esodo: “Dio disse a Mosè: <>. Poi disse: <>.” Dato tutto quanto, la parola che vogliamo evidenziare è MIE.

In realtà l’evidenza è posta all’intera sfera della prima persona singolare, di cui “mie” (“emà”) è il primo riferimento che appare nel passo odierno. In soli 4 versetti il riferimento alla prima persona singolare, sia con pronome sia con aggettivo possessivo, è ripetuto ben 9 volte. Praticando un’attenzione superficiale alla Parola di Dio di questa settimana, resta solo l’immediata percezione della presenza dei tre personaggi: una Aesopi fabula.

Qualora l’approccio poco più attento, si potrebbero cogliere i ruoli dei tre protagonisti, ovvero si appaleserebbe la semplicistica scala gerarchica che sussiste fra medesimi: il Padre si rivolge al Figlio e quest’ultimo esercita sulle pecore. Se il messaggio avesse qui il suo termine, Gesù sarebbe il Messia tanto atteso dagli ebrei, il quale, pur se in rapporto diretto con Adonai, pur se maggiore di ogni altro profeta, doveva essere pur sempre un uomo.

Oppure sarebbe stato un profeta, magari scomodo come il Battista, ma certamente non un blasfemo da ammazzare. Ancora. Se il messaggio avesse qui il suo termine, quante asperità eretiche si sarebbero evitate; quante acribie conciliari si potevano risparmiare. Come sarebbe stata amena la storia della Chiesa; quanti proseliti ci sarebbero; come sarebbero frequentate le assemblee liturgiche. Ma la lettura non termina qui.

Se questo passo viene contemplato alla luce dell’iniziazione, i 4 versetti recano in sé il senso della nostra fede. Gesù è “Egò Eimì” (“Io Sono”) e questo dogma non lo proclama un pontefice; non lo sancisce un prelato; non lo recita un fedele. È parola di nostro Signore. Egli è uomo; Egli è Figlio; Egli è Dio! Ecco lo scandalo. Ecco la croce. Ma ecco la Risurrezione!

Il Messia è “Egò Eimì”, il quale dà la vita eterna alle sue pecore. Questo “dare” è duplice: reca in sé il senso di “trasmettere”, concedendo l’eternità al finito, ma anche lo “skàndalon” (1Cor 1, 23) di “offrire”, svuotando la sua eternità “èis tèlos”, fino al fine (Gv 13, 1).

E la mano inchiodata del Figlio, che è la stessa del Padre, non permetterà che le sue pecore vengano a Lui strappate, perché Lui stesso le ha strappate dalla croce. Egò Eimì anèsti – alithòs anèsti.

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Questo è un articolo pubblicato il 11-05-2019 alle 17:36 sul giornale del 11 maggio 2019 - 145 letture

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