Una minoranza creativa: la parola questa settimana è "ACCOSTATE"

09/02/2019 - Buona domenica. La parola di Dio di questa settimana invita a recarci con Gesù presso il lago di Gennèsaret (Lc 5,1-11). Chi scrive ha avuto la grazia di godere di questo luogo (foto che accompagna l’articolo scattata a Cafarnao), di scaldarsi sulle rive del mar di Galilea, di bagnarsi con le sue acque e di traversarle come fece nostro Signore.

L’emozione sempre viva di questa memoria serra il respiro in gola, soprattutto ogniqualvolta che, scrutando il vangelo, la parola si incastona con il luogo. Questo a dimostrazione di come ci sia una “storia della salvezza” e una “geografia della salvezza”: la Parola, il Verbum, il Logos, infatti, si è fatto carne, caro, sarx, ma anche luogo, ed è interessante come “il Luogo” (in ebraico “Hammakòm”) sia un attributo di Adonai (YHWH).

La parola che abbiamo scelto oggi per la nostra rubrica è ACCOSTATE. Conceda lo Spirito fecondità a chi scrive e chiarezza a chi legge. Nel testo che il vangelo propone, questa parola la si trova solo una volta ed è associata alle barche, ma nel testo greco il termine ACCOSTATE non solo è riferito alle barche (“estòta” che si può tradurre anche con “ferme”), ma anche a Gesù (“estòs” che si può tradurre con “in piedi”), pur se la traduzione del passo evangelico odierno non la manifesta, interpretandola come una ridondanza che appesantisce la fluidità della versione.

Che gemellaggio ci può essere, dunque, tra le barche e Gesù? Entrambi i soggetti rappresentano due punti di riferimento, potremmo dire due direzioni, due obiettivi, due strade. La proposta della barca è concreta: essa permette di pescare, quindi mangiare; garantisce lo stare a galla, quindi dominare il male e la morte (per la concezione ebraica l’acqua recava in sé il concetto di male, tanto è vero che si chiama “mare” di Gennèsaret o di Galilea o di Tiberiade).

In un concetto, la barca è vita. La proposta di Gesù, invece, reca stupore (“thàmbos”) e ancor più timore (“foboù”), perché Egli invita a pescare non solo in un orario errato, ma soprattutto prendendo il “largo”, anche se la traduzione più densa sarebbe prendere il “profondo” (“bàthos”, che ha lo stesso tema verbale da cui deriva “battesimo” ovvero “immergere”): Gesù, quindi, non offre vita (in acqua si vive stando a galla non andando nel “profondo”, inoltre la pesca non veniva fatta a “largo”).

Tuttavia, l’aver confidato nella barca, si dimostrò una scelta disastrosa: tanta fatica e nessun pesce. L’aver confidato nelle certezze della barca, non ha reso vita. Nulla, quindi, rimane. Ecco, però, la fede di Simon Pietro: accetta la proposta di Gesù, e lo chiama “maestro” (anche se perfetto è il greco perché “epi-stàta” significa “capo”, ma ancor meglio “colui che sta sopra”). Al di sopra, a capo, a guida della barca, Simon Pietro pone Gesù e la sua parola (“epì tò rèmati”, che tradotto è “sulla tua parola”), e il “profondo” diventa Vita, tanto che il pescato era così abbondante che stavano per “affondare” (il greco è “Buthìzesthai”, stessa radice di “bàthos”).

Due riflessioni. Il testo è tutto un continuo andamento verticale tra discesa e salita, tra sopra e sotto (bastino due esempi: i pescatori “scendono” e Gesù “sale”; “sulla” parola “gettano” le reti). Questo andamento rappresenta Gesù, ma anche Pietro (ovvero l’uomo “anthropòs”). Rappresenta Gesù perché Egli (Fil 2, 6-11) si è “svuotato” (“ekènosen”), si è “umiliato” (“etapèinosen”) fino alla morte di croce, ma Dio lo ha “esaltato” (“uperùpsosen”) dandogli un nome “sopra ogni altro nome” (“upèr pàn ònoma”).

Rappresenta Pietro, ovvero tutti noi in quanto spesso, per non dire sempre, siamo in continua lotta tra sfiducia e fede, tra io e Dio; molto interessante notare nel passo odierno del vangelo come ci sia sempre il nome “Simone” e solo una volta il nome “Simon Pietro”: sembrerebbe proprio alludere alle due direzioni (“Simone” quella discendente e “Pietro” quella ascendente), tanto è vero che “Pietro” è presente quando Gesù viene chiamato “Signore” (“kùrie” che nell’impasto ebraico che questo vangelo respira era dire “Adonai” ovvero “YHWH”).

Chiudiamo con una nota: l’evangelista Luca ha usato il termine greco “rèma” per indicare “parola” (che ha accezione di “segno”). Interessante è che in greco “parola” ha anche accezione di “discorso” (“lògos” - Gesù), ma anche di “promessa”, ovvero fiducia o meglio “fede” (“pìstis” - Pietro).

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Questo è un articolo pubblicato il 09-02-2019 alle 21:23 sul giornale del 11 febbraio 2019 - 258 letture

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