Loreto: la grande mostra del bosniaco Safet Zec prorogata fino al 2 ottobre 2016

5' di lettura 27/09/2016 - La Delegazione Pontificia è lieta di comunicare che la mostra “Safet Zec. Il pane della Misericordia”, allestita presso le Cantine del Bramante del Palazzo Apostolico di Loreto, la cui chiusura era prevista domenica 25 settembre, vista la grande affluenza di pubblico, è stata prorogata fino al 2 ottobre prossimo.

Il percorso della mostra, che è curata da Giandomico Romanelli e Vito Punzi, con la contributo di Patrizia De Micheli, si compone in un emozionante itinerario antologico che si sviluppa in sequenze tematiche Il pane, Le mani tese, I volti, Gli abbracci, e permette al visitatore, non solo di ammirare le singole opere, ma di arrivare a comprendere l'intimità artistica di Zec, attraverso un viaggio narrativo costruito con sapienza.

Una storia scritta per immagini che, liriche o tragiche, dolenti o gioiose esprimono, attraverso la potenza comunicativa della sua pittura, la gamma infinita dei sentimenti che hanno attraversato anche la sua vita. Dalla tenerezza al dolore, dalla serenità alla disperazione, alla compassione, alla misericordia.


Le stesse parole, gli stessi valori richiamati da Papa Francesco e collocati al centro delle tematiche e dei contenuti annunciati all’apertura di questo eccezionale Anno Santo, il Giubileo della Misericordia. I dipinti di Zec hanno una imponente presenza scenica, che ben si presta a un luogo d'esposizione così suggestivo e singolare come le Cantine del Bramante del Santuario di Loreto.

“Tuttavia– specifica Vito Punzi - Sottratte tre opere di Zec al percorso di mostra disegnato all’interno delle Cantine del Bramante e collocate lungo il percorso giubilare, presso la Cappella Spagnola, quella Tedesca e quella Francese, esse dialogano con le voci della Famiglia, e con i pellegrini che attendono una grazia, cercano un riparo, cercano scampo a un pericolo… Accogliendo Zec, Loreto accoglie Sarajevo.

Una ferita che è come una casa, come la Casa: aperta. Una ferita ancora aperta. Forse è per questo che Zec ha accettato.” Questa mostra di Safet Zec raccoglie una importante selezione delle opere del maestro evidenziando temi e soggetti che illustrano con l'incontenibile potenza del suo linguaggio un percorso artistico e umano di straordinaria intensità e drammaticità seguendo un itinerario che appare una enunciazione delle opere di misericordia: dal pane agli affamati all' accoglienza ai pellegrini e ai perseguitati, dalla cura ai feriti e agli ammalati alla pietà verso i morti.

La parte finale con gli "abbracci" s’innalza come segno alto, amorevole e carico di ottimismo e tenerezza. “Sono tele intrise di storie, le nostre storie; di gesti, i nostri gesti; del nostro sangue e delle nostre lacrime -afferma nel suo intervento in catalogo Enzo Bianchi, Priore di Bose- il pane” di Safet commuove profondamente, perché dice la “presenza” che il pane richiede per essere spezzato da quelli che si chiamano compagni (da “cum-panis”). …Nei gesti, nelle tensioni, nei particolari, ritroviamo stralci della nostra storia, come se queste pennellate ci appartenessero, anzi come se ci fossero sempre appartenute in qualche ricordo.”

Safet Zec, nato a Rogatica, in Bosnia-Erzegovina nel 1943, è uno degli artisti più significativi del nostro tempo. La sua biografia è segnata dagli ancora recenti, tragici sconvolgimenti causati dalla guerra nella ex Jugoslavia.

“Per anni mi sono portato dentro immagini indelebili di sofferenza, … dolore, crudeltà –dice Safet Zec-…Emozioni senza respiro di una guerra sconvolgente e atroce che, tratte dalla memoria, sono riuscito a liberare e fissare sulla tela..”

Una tragedia che nelle opere degli anni novanta Zec esprime con intensa e profonda umanità in abbracci estremi, mani a coprire volti lacerati, disperati, lacrime pietrificate, braccia tese fino allo spasimo per chiedere pietà, per chiedere aiuto, per chiedere o dare misericordia … “Feriti e abbandonati, raccolti in carriole di misericordia e di morte, appesi e inchiodati al legno di una croce o al cappio di una cella di tortura - scrive Giandomenico Romanelli –

“Corpi penosamente nascosti col bianco lancinante e perfetto di un lenzuolo di dolore e di pietà. I bianchi di questi drappi sono eloquenti come un'orazione funebre, come il marmo di un monumento. Lenzuola, sindone, sudario; benda per un ferito e straccio di una resa. Ma segni e simboli di una umanità indomita e redimibile che si trovano, alla fine, negli "abbracci". Condivisione e partecipazione, sollievo e disperata speranza. Contatto e fusione.

E' il momento liberatorio, un attimo infinito e senza tempo, una esplosione di gioia e la commozione di un sollievo leggero e cristallino. Spariscono i segni della sofferenza, regrediscono i pungiglioni della morte, si leva, finalmente, l'inno di una umanità riscattata e liberata. Nulla va perduto (crisi, tormenti, passioni e tragedie, sconfitte e vittorie) ma tutto confluisce a disegnare un mondo e una realtà che ritrovano finalmente la dimensione, le forme , i colori, i sapori della propria grande, inarrivabile e insopprimibile dignità.”

“L’opera che è forse la più importante fino ad ora realizzata da Safet Zec, per lo meno per il prestigio della collocazione, è la Deposizione collocata nella cappella della Passione nella chiesa del Gesù a Roma” – afferma Monsignor Giovanni Tonucci, l’Arcivescovo Delegato Pontificio di Loreto - “Con una lunga e laboriosa elaborazione del soggetto, l’artista è entrato in dialogo con suoi predecessori, che avevano decorato quello spazio almeno tre secoli prima e ha saputo proporre la sua pala d’altare in un contesto barocco, in modo del tutto plausibile e ammirevole. Molti dei temi cari a Safet ritornano nella grande tela, elaborati e riproposti con assoluta originalità, in una composizione armonica e drammatica insieme.(…)

Bisogna tornare ai grandi classici per trovare una così grande maestria tecnica, e insieme una simile intensità di rappresentazione. Chi contempla la tela non può fare a meno di sentirsi coinvolto, come testimone partecipe del dramma.

Dopo la geniale intuizione dei Padri Gesuiti, vorremmo augurarci che altri committenti, ispirati dalla sua bravura, sappiano affidare all’artista bosniaco dei compiti altrettanto esigenti, per permettergli di esprimere al meglio la sua abilità pittorica e la sua profondità di introspezione spirituale.”


dalla Delegazione Pontificia di Loreto






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 27-09-2016 alle 16:33 sul giornale del 28 settembre 2016 - 316 letture

In questo articolo si parla di chiesa, cultura, loreto, Delegazione Pontificia di Loreto

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