Diario da Israele e Palestina: Shuffat e Yad Vashem, memoria e presente allo specchio

palestina 16/10/2009 - Il diario della delegazione provinciale (Carlo Maria Pesaresi e dall\'addetto stampa Simone Massacesi. Presente anche l’assessore alla Pace del Comune di Ancona, Michele Brisighelli) che prende parte alla settimana della pace, dal 10 al 17 ottobre.

Shuffat è affollato, sporco e chiassoso. Le sue strade brulicano di uomini e donne d’ogni età, mentre il caldo e i gas di scarico rendono irrespirabile l’aria avvelenata da cumuli di rifiuti bruciati agli angoli di case. Shuffat è il campo profughi di Gerusalemme. Qui sono ospitati da generazioni gli sfollati palestinesi che, nel 1948, dopo la proclamazione dello stato d’Israele trovarono riparo nella città vecchia. La struttura, realizzata dal governo giordano tra il 1964 e il 1966, fu annessa da Israele al termine del conflitto del 1967 con la conquista di Gerusalemme est.


La gestione oggi fa capo all’Unrwa, l’agenzia dell’Onu nata proprio nel 1948,praticamente in concomitanza con la stessa organizzazione delle Nazioni Unite, per rispondere all’emergenza dei profughi palestinesi. Nata come progetto straordinario e con finalità a termine, ancora oggi l’Unrwa rappresenta una presenza fondamentale a Gerusalemme per rispondere ai bisogni primari di questa popolazione. Circostanza che la dice davvero lunga sulle condizioni sociali della comunità palestinese in Israele. In un sessantennio il numero dei profughi palestinesi è cresciuto a dismisura passando dalle 3500 unità del 1948 alle 18000 che oggi vivono entro i confini di Shuffat. Come ci spiega il vicedirettore generale dell’Unrwa, l’italiano Filippo Grandi, oggi l’agenzia qui e in tutto il medio oriente, agisce come una sorta di stato parallelo, occupandosi esclusivamente, senza alcun sostegno dal governo israeliano, di tutti quei servizi essenziali che generalmente vengono garantiti dalle risorse pubbliche statali. Qui a Shuffat, l’Unrwa riesce a mandare avanti tra mille difficoltà ben tre scuole per un totale di oltre 3000 ragazzi, un livello minimo di sanità con un ambulatorio medico e due centri sociali. L’accesso al campo avviene anche qui attraversando diversi check point. L’uscita è consentita solo per tre motivi: per andare al lavoro, all’ospedale o nei luoghi di preghiera. Shuffat assomiglia in tutto e per tutto a un ghetto.


Cambio di scenario. Yad Vaschem sorge maestoso nella splendida cornice del monte delle Rimembranze. Nel verde di pini, ulivi e carrubi, a regnare sono il silenzio e la tranquillità, che trasmettono a chi vi si reca un senso di profondo rispetto. Oltre a turisti insolitamente composti e disciplinati, si incontrano piccoli nuclei familiari, qualche ebreo ortodosso e alcuni pellegrini, perché Yad Vashem è il grande museo dell’Olocausto, depositario della memoria del genocidio degli ebrei. Al suo interno vengono ripercorse tutte le tappe della Shoah attraverso piccoli oggetti quotidiani, documenti, foto d’epoca, indumenti: le prime discriminazioni, le violenze, la chiusura nei ghetti, lo sterminio. I protagonisti non sono i personaggi della grande storia, o almeno non solo loro. Sono le persone comuni e sconosciute a comporre il grande affresco, sia per quanto riguarda le vittime che i carnefici, ma anche quelli che i responsabili del Museo definiscono gli spettatori, ovvero coloro che di fronte a un dramma che non li coinvolgeva decisero di comportarsi in modi diversi. I giusti da un lato, minoranza che si adoperò per soccorrere i perseguitati a rischio della propria vita, e gli indifferenti dall’altro, la grande massa grigia che si voltò dall’altra parte chiudendo gli occhi sullo spaventoso crimine. Shuffat e Yad Vashem, memoria e presente allo specchio. Due popoli vittime in epoche diverse della storia e della cecità dei governi.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 16-10-2009 alle 15:26 sul giornale del 17 ottobre 2009 - 781 letture

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Ammetto un mio errore: avrei dovuto chiamare \"settimana della Pace\" anche il <a href=\"http://scaloni.it/popinga/tag/israele-2008/\">nostro viaggio in Israele</a>, però forse non avrei potuto, noi eravamo li con i soldi nostri.